sabato 30 settembre 2017

Leggere - e guardare - è molto più utile



UNOeDUEVision

Se scrivere di se stessi e della propria visione del mondo è inutile, banale, narcisistico e, a volte, anche arrogante, leggere è molto più costruttivo. 
Leggere e anche vedere, sia ben inteso, perché guardare i film e le serie tv giuste o perdersi in un’opera d’arte o semplicemente nel paesaggio fuori della propria finestra ti riconcilia con il mondo. 
Durante quest’estate le letture e le visioni sono state molteplici, ma non tante quanto avrei voluto. Alcune cose mi hanno decisamente scioccato per bellezza e interesse, altre annoiato: ma leggere non è mai tempo perso, anche laddove ci si confronti con una lettura lontana da noi e con noi inconciliabile. 
Purché sia scritto bene, ovvio. 

Sono partita con Oceania Boulevard di Marco Galli, una graphic novel tutta italiana edita da Coconino Press, che forse è proprio azzeccata per il periodo di odio-scrivere-amo-leggere in cui mi trovo. Perché riflette proprio su come si atteggia (rendendosi falso) chi vorrebbe o vuole e può fare arte. 

“Chiunque può vedere le cose con gli occhi della libertà, ma far parte della storia è di per sé vivere in una prigione” è la frase che più mi ha fatto riflettere.

Siamo tutti personaggi di una storia, stereotipi - anche nella vita reale. Siamo veri solo se non scendiamo a compromessi, solo se, oltre a vedere con gli occhi della libertà, siamo fuori della prigione di qualsivoglia storia. A volte, questo accade quando diamo in escandescenza: quando mostriamo il mostro che abbiamo dentro. Il mostro è la parte più nascosta, quella di cui probabilmente ci vergogniamo: ma è anche la nostra parte più vera. Per compromesso sociale, spesso, forse sempre, ingabbiamo il mostro dentro uno stereotipo in grado di contenerlo. Anche vestirci e pettinarci in un certo modo può essere il segno della gabbia che ci stiamo cucendo addosso. Il nostro corpo ci segna, ci evidenzia e ci contiene. E più ci vestiamo e ci trucchiamo, più tentiamo di nascondere il vero mostro che è in noi: non la facciata, non la maschera, ma il mostro privato e personale che siamo, quello che tentiamo di tenere ingabbiato e che, prima o poi, goccia dopo goccia, potrebbe sgorgare impetuoso. 
Nell’arte non avviene diversamente. Anche l’arte può essere non-vera. Gli artisti costruiscono un personaggio su loro stessi e portano al mondo uno stile attraverso cui vengono giudicati.
Tutto ciò avviene forse per economia, non per falsità. Se dovessimo essere ciò che siamo, dovremmo mostrare il caos - e nessun essere umano è fatto per sopportare l’entropia. L’entropia, semmai, deve essere controllata, deve essere inserita in un codice, in una forma, resa oggetto conoscibile chiuso in quattro lati, resa persona e personaggio. 
E, tuttavia, a volte, per la nostra stessa, intima, imprescindibile sopravvivenza, occorre che il mostro, che il vero, che il caos vengano fuori, così, all’improvviso, squarciandoci il corpo, l’unica cosa davvero in nostro possesso, e mostrandosi al mondo fuori della sua gabbia - per quello che realmente è. 

Ho fatto letture molto più leggere e meno introspettive (o quasi): ho letto Quanto mi ami da uno a dieci di Polly Williams, edito da Piemme. Titolo originale: The Angel at No 33. La parola Glam che appare in copertina accanto al nome della casa editrice può ingannare: sì, è una storia d’amore, ma il punto di vista principale è quello di una donna, moglie e madre giovane e bella, che muore all’improvviso per cause assurde e il cui fantasma vigila sul marito, vedovo tenebroso e da tutte ambito. Ebbene: il fantasma della fu moglie, non senza qualche problema, cerca di capire quale possa essere la donna che più di altre merita di prendere il suo posto accanto al marito e al figlio. Quante riuscirebbero a comportarsi così, dopo morte? Per me: fantascienza. 

Sono tornata a incupirmi - che poi è il mio sport preferito - dedicando due ore della mia vita a Logan, il terzo film della saga su Wolverine. Il film mi è piaciuto da matti. Ne avevo addirittura sentito parlare su Radio Tre della Rai, alla trasmissione Hollywood Party, che solitamente è un programma per ex-damsiani come me, avvezzi a ore di visioni pesantissime con sottotitoli di ogni tipo. Logan, infatti, non sembra un film Marvel, non sembra un film sui supereroi, ma racconta una storia decisamente universale, con uno stile asciutto, a tratti sporco, senza quel colore fasullo che spesso caratterizza i film con i superpoteri. 

"Questa è la vita: una casa, persone che si amano, un posto sicuro, dovresti prenderti un momento e assaporarlo." Dice Charles Xavier. E come dargli torto? 

La visione del film mi ha portata dritta dritta alla lettura di Vecchio Logan. Anche questa lettura mi ha appassionato oltre misura, soprattutto per la capacità di creare un mondo distopico all'interno di un universo già totalmente inventato
La Marvel ragiona spesso considerando il fumetto come un canovaccio per il film. Vecchio Logan dovrebbe essere la traccia per il film Logan. Sì, il tema di fondo c’è, ma la storia è completamente diversa. Così, ti ritrovi a vivere due storie su binari paralleli, pur con lo stesso senso. Che non è come andare a ricercare nel film ciò che vi è nel libro, anche perché, di solito, i lettori incalliti e sin troppo chiusi, tendono a vedere nell’adattamento cinematografico un’opera mai all’altezza della pagina stampata, senza pensare di analizzare diversamente i due linguaggi. Personalmente, poiché la vedo come Bazin - e cioè che gli adattamenti cinematografici sono l’analisi e la critica al testo scritto, vedasi, ad esempio, il lavoro di Kubrick - adoro il lavoro che la Marvel fa passando da carta a pellicola: intelligente, calzante e, soprattutto, con la possibilità di dare al lettore/spettatore più visioni della storia, più strade da percorrere. 


Parlando di adattamenti, sono finita a leggere 7-7-2007 di Antonio Manzini, edito da Sellerio: dopo, ovviamente, aver visto la serie Rai Rocco Schiavone. Anche qui, due prodotti decisamente diversi. Manzini, essendo anche sceneggiatore, scrive in modo molto visivo: mentre leggi, vedi. Non ci sono virtuosismi, lo stile è semplice, asciutto, talmente asciutto da regalare, spesso, veri e propri tagli malinconici (nel senso che sa davvero come ferirti). La serie ha un tono completamente diverso ma, non so perché, affine al libro. La regia è affidata a Michele Soavi, l’autore del film Dellamorte Dellamore. E, infatti, in Rocco Schiavone - la Serie si sente il tocco horror di Soavi, fotografia grigia, personaggi freak le cui maschere terrorizzano, cimiteri diroccati, fantasmi che fluttuano e si confondono ai vivi, colonna sonora impalpabile e drammatica. Anche qui, dieci e lode: perché si legge un’esperienza e se ne vede un’altra, per me perfettamente affine a un personaggio sfaccettato come Schiavone, dal cui alter ego cartaceo si possono ricavare infinite sfumature e infiniti punti di vista. 

Metto in fondo le mie ultime due letture: una terminata, l’altra in corso. Quella terminata è La più amata di Teresa Ciabatti, seconda classificata al Premio Strega 2017. L’autrice effettua un’analisi psicologica di se stessa passando per la misteriosa storia della sua famiglia che, a sua volta, si mescola con la più oscura storia d’Italia. Potrebbe sembrare il classico romanzo familiare, il mattone di milletrecento pagine che scorre a fatica. Invece no. La scrittura è ansiogena e giustamente patologica: non ci sono dialoghi, non ci sono virgolette, c’è un lungo flusso di coscienza che monta le frasi attraverso le virgole o le coordinate. Frasi che, soprattutto, non riflettono la linearità logica di quando i ricordi sono metabolizzati e compresi, ma che spezzano il senso andando a infilare un ricordo nel flusso di un altro ricordo. 

È un tipo di stile che mi piace e che mi appartiene molto: tuttavia, non posso che dare anche io il Premio Strega a Paolo Cognetti per Le otto montagne. Libro ancora in lettura, un libro che, però, sto divorando. La scrittura di Cognetti è quanto di più lontano da me ci sia: semplice, pacata, naturale. La storia scorre nelle parole come l’acqua di sorgente. Una melodia antica che narra le storie di terre e uomini. Però, ecco: una storia come quella di Cognetti, un significato come quello che lascia trapelare Cognetti, sono universali e appartengono a ognuno. Forse ne parlerò più avanti o forse me lo terrò per me. Posso solo dire che il libro parla di montagna e di luoghi naturali, ancestrali, in cui l’uomo moderno, metropolitano e tecnologizzato, tenta di ritrovare se stesso, il vero se stesso: ed io, pur essendo essere umano di mare, mi sono perfettamente ritrovata in questo discorso. Non vado al mare con l’ombrellone e l’abbronzante, perché per me non è quello il vero mare, così come per il padre del protagonista la vera montagna non è quella degli sciatori e degli skilift. Vado al mare d’inverno, quando posso, perché ora il mare è lontano, ricercando piccoli anfratti in cui l’acqua salata si infrange contro gli scogli: e di fronte a quel gioco di spuma, rocce e abissi non ce ne è per nessuno, né per l’uomo, né per gli animali, né per Dio. 
Mentre leggi Cognetti hai l’impressione di leggere Verga, Manzoni, Calvino o gente di questo calibro. In altre parole: mentre scrive, Cognetti fa Letteratura, quella con la elle maiuscola. E penso che Cognetti finirà presto nelle antologie di scuola superiore. Non so se sarà un bene o un male, ma il mio è un modo per dire che siede già fra i grandi  - e questa è una cosa che tra gli scrittori italiani contemporanei non ho mai trovato finora. 


A maggior ragione, leggendo Cognetti mi rendo sempre più conto di quanto scrivere sia inutile, soprattutto se lo si fa tanto per aumentare il chiacchiericcio in un mondo già saturo di parole. Leggere Cognetti è utile, utilissimo, perché la sua è la scrittura della pace e del silenzio e mi fa incantare come di fronte a un dipinto di Friedrich: quando guardi, in silenzio, contempli, a lungo, con calma, lasciando il mondo di fuori. 

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Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818

mercoledì 30 agosto 2017

Scrivere è inutile














UNOeDUESliceofLife

Credo che scrivere sia inutile. 
A volte ho voglia di far tutto meno che di scrivere - anche se da sempre scrivo per una qualche sconosciuta esigenza che è nata con me e che si è abbarbicata dentro di me come una foresta di rovi selvatici. 
Eppure, mai come ora reputo del tutto inutile mettere tre parole su carta - su schermo - e registrare le emozioni che vivo, sotto forma di cronaca o di racconto. 

Sì, si scrive per registrare ciò che si vive, per capirlo, per dare ordine al caos, per rendere poetico il caso, per avere traccia e memoria di quello che si vive. Ecco, ora, forse, nonostante l’estrema riluttanza nei confronti delle parole, scrivo più che altro per lasciare traccia di qualcosa di importante. Anche se l’importanza di quello che decido di raccontare non riesce a essere contenuta in nessuna riga. 

Si scrive per narcisismo e in nome di un narcisismo mai sbandierato abbastanza si dicono cose inutili, di nessuna importanza, di cui tutti farebbero volentieri a meno. Probabilmente - anzi, sicuramente - sono narcisista anche io, che scrivo adesso dicendo di non voler scrivere: ma ho solo bisogno di specchiarmi e questo luogo qui, in cui scrivo da circa nove anni, è l’unico in cui posso lasciare traccia di qualcosa di importante senza che vada perso nella carta di qualche trasloco o tra le tarme di un oscuro armadio dimenticato. È un posto fondamentalmente mio: non è un canale a tiratura mondiale e in pochissimi gravitano qui. 

Si scrive per dare parola a qualcosa di indicibilmente bello che si è vissuto e provato, ma, appunto, quel qualcosa rimane indicibile: inutile dare voce a ciò che rifugge da ogni piglio razionale. Inutile. Del tutto inutile. Le emozioni viscerali sono tali, rimangono tali - e se fossero esplicabili allora non sarebbero tanto viscerali. Non sarebbero tanto importanti. Ho tentato per due anni di dar voce a un percorso per me profondamente importante come il matrimonio, ma solo ora mi rendo conto di quanto sia parziale la profondità che sono riuscita a descrivere in quei brevi post, a cui ho dovuto dare una forma e un senso e a cui, di sicuro, ho tolto tanto, forse quasi tutto il bello e il profondamente reale che c’era, pur di ingabbiarlo in una forma coesa e con un senso compiuto. 

Si scrive per registrare la vita ma, ecco, nel momento in cui si registra la vita, la vita non c’è più. O si vive o si scrive. Diceva Pasolini che il montaggio finale di un film equivale alla morte: solo allora, quando si finisce di girare e si monta, si dà senso alle immagini e solo allora si smette di perpetuare vita.

La vita è profonda e indicibile e sfuggente, a tratti vedi una cosa e ti pare di capire tutto, il momento dopo capisci che non hai capito niente e che l’unica cosa che puoi fare è continuare a guardare, a contemplare, a perderti. Di fronte a tante ondate di bellezza e forza, dove, come, perché dover scrivere? Perché dare per forza un senso a tutto?

Ero in macchina, qualche giorno fa, sull’autostrada. Dalla radio usciva Fuzzy. Io mi incanto a guardare lo specchietto retrovisore dal lato del passeggero. Nello specchietto vedo i lampioni a forma di gabbiano che si ergono al centro dello spartitraffico. I lampioni entrano nello schermo dello specchio e ne escono seguendo perfettamente il tempo della chitarra di Fuzzy. Sullo sfondo un tramonto abbacinante. Di quei tramonti in cui ti senti a casa. Perché è importante che tu ti senta a casa, che tu ti senta nel posto giusto, proprio al momento del tramonto, al limitare della sera, quando sei in bilico tra giorno e notte, luce e buio - e anche solo una sfumatura di buio o una sfumatura di luce possono migliorarti o peggiorarti l’esistenza. 
Qual è il senso di ciò che ho visto nello specchietto retrovisore? Nessuno. Non c’era alcun senso. Solo tanta bellezza, tradita dalle mie banalissime parole. Anzi, non mi sono nemmeno spesa un po’ a tentare di rendere poetico quello che ho visto. Non ne vale la pena. Sforzo inutile. Quello che ho visto e provato rimane dentro di me. Quello che ho scritto non ha neppure l’un per cento della bellezza che potrei condividere, ma che per limite, umano o divino, non posso condividere. 
Spietata bellezza senza senso di ciò che vediamo. 
Muta bellezza di ciò che mi porto dentro, solo con due occhi enormi per guardare e i nervi per sentire. 
Una stratificazione di cose che, composte, dentro di me hanno trovato un senso: e io di certo non starò qui a banalizzarlo. Non sono così brava. Non sono perfetta. 

Michelangelo nell’uomo vide un corpo alto cinque metri, un corpo marmoreo, l’espressione concentrata e accigliata, le braccia lunghe, forse troppo, il petto scolpito, gambe e cosce poderose: un uomo che è un dio e che troneggia sul mondo, pur nella sua infinita piccolezza. Schiele nell’uomo vide un corpo contorto e multicolore - rosso, marrone, turchese, viola - striato, allungato, rattrappito, immobile, in movimento, con gli occhi pieni e gli occhi vuoti: una sorta di verme strisciante, pur nella sua infinita grandezza. Quale sia la forma esatta dell’uomo, se quella di Schiele o quella di Michelangelo, non lo so. No. So che entrambi hanno tentato di dare forma a qualcosa che non possiamo dire. So solo che dare forma a un corpo significa dare forma a una vita inafferrabile e perfetta, piccola e grande, silente e tonante. 
E che io non sono nessuno per descrivere questo.

So solo che ho l’infinito privilegio di sedermi sconvolta a guardare incantata - in silenzio.

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Michelangelo Buonarroti, David, 1501-1504
Egon Schiele, Lottatore (Autoritratto), 1913

domenica 30 luglio 2017

La pazienza della crostata




UNOeDUESliceofLife

Ho sempre avuto qualche problema con la pasta frolla. 
Ho impastato di tutto - pane, pasta, pizza, croissant e persino il panettone - e non ho incontrato la stessa difficoltà che ho avuto con la pasta frolla. 

Ma mai arrendersi. 

Insomma. Tutti sanno impastare la pasta frolla. Tutti sanno fare una crostata. La crostata è alla base della produzione casalinga di una qualsiasi donna cuciniera: non serve aver frequentato corsi di alta cucina. Basta guardare la nonna o la mamma che impastano e, praticamente, già sai come fare la pasta frolla. E perché io no? Perché non dovrei riuscirci?

Quindi: mai arrendersi.

Ho fatto un respiro profondo. Ho scelto un momento solo per me.

Il tempo, fuori, ha registrato un cambiamento inaspettato e spaventoso. Si è passati da quaranta a venti gradi, dal sole alla pioggia-vento-tempestadifulmini. 
Il clima ideale per accendere il forno. 

E l’idea che passa è proprio quella di cimentarsi con la crostata, quindi: di lavorare la pasta frolla. La cosa più difficile e, a volte, frustrante in assoluto. 

In passato ho prodotto crostate ancora crude dopo un’ora e mezza di cottura, crostate che si sbriciolavano non appena le guardavi, crostate spumose che sembravano ciambelloni in forma di crostata - insomma: crostate fallimentari. 

Pur seguendo quasi sempre la stessa procedura, il risultato era ogni volta diverso e comunque, come già ribadito, fallimentare. Il senso di fallimento - e frustrazione - aumentava al pensiero che tutti, ma proprio tutti, sanno metter su in due minuti una crostata. Senza troppe cerimonie. 

Che ansia. L’ansia di non saper fare, come tutti, una banalissima crostata di confettura.

Solo poi, solo con l’ultima crostata fatta, ho capito quale era l’ingrediente che mi mancava. 

Quindi: mi munisco del meglio del meglio che la filiera alimentare nostrana possa donarci. Burro delle Alpi, uova del contadino - di quelle col tuorlo grosso e giallo che tanto mi ricordano il pan di spagna alto e altrettanto giallo di una contadina che ci forniva di uova e verdure durante la mia infanzia -  farina della nonna, quella che costa quattro euro al chilo, marmellata di albicocche nate dall’albero di casa e ridotte a confettura dalle mani della mamma. Se dovessi venderla, questa crostata costerebbe cinquecento euro.
È composta di Roba talmente buona che per forza di cose devo raggiungere il successo: un fallimento con prodotti di primissima qualità produrrebbe, dal canto mio, urla strazianti e rabbiose in cima all’abbaino del palazzo, in modo che almeno mezzo stivale possa sentirmi.

Faccio un gesto in più, apro i ricettari delle nonne, tra cui il Talismano della Felicità, quello sulla cui copertina campeggia il Mangiafagioli di Carracci. La signora Ada Boni, dall’alto della sua esperienza millenaria, mi impone una quantità di ingredienti precisa, ma anche un procedimento che molto implica quell’a occhio che solo le cuoche esperte sanno usare. Ad esempio, il pizzico di sale. O, ancora, quando recita: mescolate gli ingredienti senza aggiungere la minima quantità di acqua, perché tutto si amalgamerà perfettamente

Questa è la frase che mi mette in crisi. Inizio a impastare. A mano, ovviamente. Sciolgo il burro con il calore delle mani. Dopo un quarto d’ora di lavoro muscolare, la situazione è sempre la stessa: farina e zucchero hanno inglobato tutto, nel senso che anche le uova e il burro sono diventate polvere. E, dalla polvere, è difficile ottenere un panetto liscio, elastico e omogeneo. 

I pensieri sono i più turpi: butto tutto nel sacchetto dell’umido. Anzi no: nasconderò le tracce. Butterò tutto nel WC. Tanto non lo ho detto a nessuno del mio esperimento. 
Ma poi torno in me: la marmellata di casa, la farina della nonna, le uova del contadino, il burro delle Alpi… ma siamo matti? Ma cosa butto? E poi, se Ada Boni dice che tutto si amalgamerà perfettamente, allora tutto si amalgamerà perfettamente. 

Proseguo. Imperterrita. Ma soprattutto: paziente. 

Ecco quello che mi mancava. La pazienza. Pazienza significa saper aspettare. Pazienza, attesa e potere demiurgico delle mie mani calde, di punto in bianco, producono una piccola pallina di impasto. Che poi diventa sempre più grande. E poi la pallina diventa una palla gialla senza striature. E poi diventa una grossa palla gialla ben amalgamata che è quasi un piacere da impastare. E proseguo, paziente e fiduciosa, col lavorio di mani, muscoli e concentrazione.

Ed eccolo: quel panetto perfetto e giallo ed elastico che doveva venire - e che ora deve solo riposare. 
Mentre la piccola palla riposa, mi sento così galvanizzata dal successo che decido persino di fare altre cose contemporaneamente: tipo preparare la cena. 

All’improvviso la cena è pronta e la piccola palla ha finito di riposare. È ora di darle forma. 
E, con immensa sorpresa, stendere il cerchio da mettere nella crostatiera diventa facile. Anzi, FACILE! Non ci metto due minuti e nemmeno dieci, impiego mezz’ora, ma il cerchio poi si adagia perfettamente nel testo da forno. Svuoto il vasetto di marmellata della mamma nel cerchio di pasta frolla steso. E poi, poiché non sono un Michelangelo ma forse più un Pollock, decido di non fare le strisce zigrinate a copertura della mia crostata, ma una serie di palline e piccole strisce sottili, altre più spesse, disposte in modo disordinato ma coerente: forse, più che un Pollock assomiglio a un Mirò. Ecco: la mia crostata ha pure la personalità. E, in forno, fa una piccola ossatura di pasta frolla e la marmellata ribolle come un tenero cuore pulsante. 

Nel frattempo torna a casa Lui, che guarda la crostata e dice che è bellissima, che il profumo è ottimo e il sapore, domattina, sarà all’altezza delle aspettative. Ecco: la pazienza, oltre alla personalità, porta a casa anche chi ti sa dare l'indispensabile botta di fiducia affinché tutto vada bene. 

D’improvviso, capisco che prima nelle mie crostate mettevo l’ingrediente più acre - l’ansia. L’ansia di vedere che tutto si amalgamasse bene subito, l’ansia di sbagliare, l’ansia di dover buttare tutto nel secchio, l’ansia di cucinare qualcosa di cattivo. Ansia che c’è sempre ed è anche giusto che ci sia: perché quel pizzichino d’ansia aumenta la concentrazione e le prestazioni. Ma, in taluni casi, l’ansia va nascosta sotto il tappeto della pazienza. 

Per fare una crostata ci ho messo un pomeriggio intero, il tempo ha avuto il tempo di fare un uragano, una tempesta di fulmini, una grandinata, di spazzare via le nuvole e far uscire il sole del tramonto su un cielo terso e freddissimo. Poi ho atteso tutta la notte, perché la crostata si posasse a dovere. A colazione ho tagliato piano, con cura, i triangoli di dolce e li ho poggiati su piattini appositi. 

E la mia crostata era inaspettatamente, pazientemente: buona. 
La più buona dell’universo.

Immagine: Edouard Manet, La coppia al Père Lathuille, 1879

venerdì 30 giugno 2017

Il viaggio verso casa

UNOeDUE

C’era un particolare momento delle giornate estive della mia infanzia che mi riconciliava con il mondo. Durava poco, ma era bellissimo.
Era il momento in cui si tornava dal mare. Si montava in macchina - la macchina stracarica di tavolini, sedie, cesti e frigoriferi per il pranzo, giochi per la spiaggia, asciugamani, scarpette, cambio costume, protettori solari e casse d’acqua potabile - e si viaggiava per pochi minuti, al massimo venti, chi lo sa, ma per me era un tempo infinito.
Era un tempo prezioso, soprattutto. Quel viaggio dal mare a casa era un confine, un “di più” che la vita mi offriva, una sorta di venticinquesima ora. Non dovevo fare niente, solo godermi il viaggio sui sedili posteriori, guardare fuori del finestrino, osservare scorrere le altre automobili impegnate nello stesso viaggio, scrutare tra le finestre aperte di chi a casa era arrivato prima di noi e si affannava per ricominciare la vita, caotica, anche stressante, del post-mare.

Chi è nato e ha vissuto in una città di mare sa che l’estate (che va dalla fine della scuola a giugno al giorno prima dell’inizio della scuola a settembre) è un vero e proprio lavoro. L’uomo di mare si ritaglia qualsiasi lembo di tempo per andare a mare: alle sette del mattino prima di andare a lavoro, in pausa pranzo, dopo l’uscita dal lavoro, dalle sei fino alle otto di sera.
E così avveniva anche per noi.
Di sabato e di domenica, invece, ci si trasferiva direttamente al mare, con la corsa all'alba per occupare i parcheggi e i posti in spiaggia migliori: si effettuava un vero e proprio trasloco, tanto che, sotto la pineta e in spiaggia, qualsiasi cosa chiedessi agli adulti - cibo, disinfettante, un gelato, un cuscino - mi veniva prontamente dato. Genitori e nonni che iniziavano i preparativi in cucina la sera prima, organizzazioni all'osso e lo studio del tetris del bagagliaio della macchina (che venticinque anni fa non aveva la stessa capienza delle automobili di oggi): e si partiva. Si partiva già stanchi, probabilmente, ma io, quella stanchezza, la subivo solo di riflesso, perché avevo qualcuno che si occupava di tutto per me. Ci si ritrovava al mare con parenti e amici, che a loro volta avevano organizzato il weekend al mare in modo altrettanto maniacale - ma con una sana, scanzonata voglia di divertirsi.
Si stava in spiaggia fino all’una, poi si correva sotto la pineta e si univano i tavolini di tutte le famiglie presenti: si costruivano tavolate immense di venti, trenta persone, e ogni donna cuciniera si presentava fiera con la propria personalissima lasagna, con la propria personalissima versione della carne fritta, della parmigiana, dell’insalata di mare, del ciambellone al cioccolato e della macedonia di frutta. Si mangiava per ore e noi bambini dovevamo stare attenti: perché dal pranzo al bagno successivo dovevano passare almeno tre ore.
Quando tutti poi erano in ferie, le giornate del weekend si dilatavano e si ripetevano per tutto l’arco della settimana. Dal lunedì alla domenica full time. A volte, cenavamo pure a mare, quando le giornate erano più lunghe. A casa ci tornavamo solo per dormire.

Sono stralci di infanzia che ricordo con estremo piacere. Vivevo in un mondo fatto di bambagia. Ero piccola. I nonni mi sembravano eterni. C’eravamo tutti. Io avevo solo il compito di tuffarmi a mare, raccogliere conchiglie, esplorare gli scogli, mangiare, dormire dopo pranzo, ritornare in spiaggia, stare in ammollo per quattro ore consecutive, fare merenda, ogni tanto dover cambiare il costume per non stare sempre con i panni bagnati addosso.

Però ricordo con piacere ancora più estremo quel viaggio in macchina dal mare a casa, alla sera, quando la giornata era davvero finita. Un’attesa che mi permetteva di mettere le cose a posto. Ero piccola, lo so, ma ricordo bene che quei pochi minuti di viaggio riuscivano a dilatarsi e a farmi riposare davvero, a capire il senso di quella giornata. Soprattutto, era un modo per allontanare più che potevo l’arrivo a casa, che significava metti a posto, sciacqua i costumi, fai la doccia, non spargere sabbia a terra, tieni buona tua sorella e via dicendo. Un altro caos in attesa, magari, dell’uscita dopo cena, a prendere il fresco, a mangiare un gelato, a salire sulle giostre.

Era un vortice continuo di cose da fare e io forse avevo solo voglia di capirci qualcosa.

Avevo quasi dimenticato quel momento che vivevo ogni volta con intensità. Mi è tornato in mente solo pochi giorni fa, ripercorrendo la stessa strada. Non tornavo dal mare, ero su quel percorso per tutt’altro motivo: tutto era cambiato, dal paesaggio all’asfalto sotto le ruote. Io sono cambiata, ma quella sensazione di bambina mi è piombata prepotentemente addosso. Mi sono sentita piccola e protetta, così, all’improvviso, come se fossi ancora ai primi anni Novanta, con quella possibilità di concedermi un’ora in più di giornata, un’ora in più di vita, per guardare, per capire, per costruirmi i ricordi - semplicemente per stare.
Godendomi l’esistenza così come è, al di fuori delle cose da fare.

Lo ho capito solo l’altro giorno che, in realtà, quello che facevo da bambina solo per sfuggire un po' agli eventi della giornata è diventata poi sostanza di vita.

L’attesa. Il non far nulla. Annoiarsi. Stare fermi a guardare. Stare fermi a respirare. Semplicemente stare.

Se non attendessimo, nulla avrebbe senso. Ho capito, così, che quei momenti di nulla in macchina prima di tornare a casa si ripetevano costantemente. Attendevo il bagno pomeridiano in mare  mentre pranzavo con le lasagne e la parmigiana, sotto la pineta. Attendevo il pranzo mentre facevo il bagno mattutino ed esploravo gli scogli giocando ad essere un pirata coraggioso che sfidava le onde. Attendevo di cominciare la mia nuova avventura a mare, chissà con quale gioco, chissà con quale invenzione, mentre in macchina viaggiavo da casa al mare.
E tutta questa attesa mi ha permesso, forse, di avere ancora oggi così vividi i ricordi e le sensazioni di quasi trent’anni fa: tanto che potrei calarmi in quei giorni - e riviverli - con una facilità sconcertante.

Negli anni, ho capito, le cose da attendere sono diventate più lunghe e più complesse. Ma senza tutta la preparazione nascosta nell’attesa, oggi probabilmente non avrei un carico di ricordi così prezioso - prezioso perché so con certezza di averlo vissuto.

Non so se attendere sia il segreto: so, però, che attendere è la mia sostanza. Snervante, a volte, ma divertente e piena di significato.

Non so neppure se sarò in grado di fare quello che genitori e nonni hanno fatto per me, permettendomi di crogiolarmi nel dolce far nulla tra giochi e mare e pranzi epocali dai sapori che non torneranno più. So, però, che quel “ritorno a casa” me lo porto sempre dentro. E, in fondo, costruire nell’attesa non è che il costante tentativo di un viaggio verso casa.


martedì 30 maggio 2017

L'arte di fermarsi


UNOeDUESliceofLife

Sapersi fermare. Dire basta. Dire Mi riposo.
Fermarsi in mezzo al flusso di persone e cose ed eventi che continuano il loro corso - in una gara senza senso.
Fermare il tempo.
Fermare il proprio tempo.
Lasciarsi andare ai propri ritmi.
Impedire che il mondo esterno dètti i suoi.
Non ascoltare più chi dice Provaci e Corri.
Sapersi fermare.
Fermarsi è un'arte.

Sedersi
E guardare il mare
Quando le onde si muovono immobili
Sedersi
E respirare le cose
Senza affanno
Senza fame.
Sbadigliando, in preda alla noia, fissando il nulla - fissando tutto.

Impedire che il mondo entri dentro di te, senza controllo. Che sia tu a lasciarlo fuori - che sia tu, con i tuoi modi, i tuoi tempi, a fare il tuo ingresso nel mondo.

E ora è il momento di fermarsi. 
Di rimanere sulla soglia del mondo esterno.
Di chiudersi nel proprio - piccolo, infinito - mondo.

L'arte di fermarsi.
Seduti, ad annoiarsi, a sbadigliare, a respirare il mare, a perdersi nell'aria.
A immaginare.


Immagine: Claude Monet, Il ponte ad Argenteuil, 1874, Musée d'Orsay, Parigi


domenica 30 aprile 2017

La Pizza di Pasqua


UNOeDUESliceofLife

Perché parlare di dolci pasquali a quattordici giorni dalla Pasqua?
Innanzitutto, perché dalle mie parti, dolce pasquale fa rima con Pizza di Pasqua e la Pizza di Pasqua è un regalo tipico che le massaie più solerti fanno ad amici e parenti in rappresentanza della famiglia. Quindi: pizze di Pasqua a go-go. Tutti regalano Pizza di Pasqua a tutti, in un folle scambio di carboidrati e zuccheri raffinati: con il risultato che si hanno decine di pizze di Pasqua a riempire la dispensa fino a ferragosto.
In secondo luogo, perché la Pizza di Pasqua È. Ed è impossibile che non sia. Tu stai lì, la fronteggi con coraggio, la tagli a colazione per inzupparla nel cappuccino, la tagli a pranzo o a cena per accoppiarla al salame o al cioccolato, ma Lei rimane lì, infinita, continua, si rigenera nella sua mastodontica fierezza da lievitato che, nel giro di poche ore, ha preso il comando di casa tua.
Quindi: a quattordici giorni dalla Pasqua, è ancora lecito parlare di Pasqua. 

Quest'anno mi sono cimentata anche io nell'impresa, che richiede non indifferenti doti da donna cuciniera, tempo, tanto tempo, coccole materne e la giusta umidità nell'aria.
Poiché di tutte le premesse a me manca quella fondamentale - il tempo - ho optato per la versione ufficiosa della Pizza di Pasqua: quella che prevede il lievito istantaneo, anziché il lievito di birra. 
Sembra una cosa illegale, sembra la versione pirata del film appena uscito al cinema. In realtà, anche se la versione originale prevede la pasta lievita, tra le massaie della mia terra esiste anche la versione con il lievito chimico, che viene smerciata appositamente per chi non ha tempo o, soprattutto, per chi vuole evitare tragedie da lievitazione. 
Le tragedie da lievitazione, infatti, sono dietro l'angolo, anche per chi, come la sottoscritta, con i lievitati ha un rapporto benevolo: dopo pane, pizza, brioche e persino un - modestamente - ottimo panettone, perché non cimentarsi anche con la Pizza di Pasqua in versione lievitato? Primo: la ricetta della mia bisnonna riporta tra gli ingredienti la misteriosa dicitura "un chilo di pasta lievita" (un chilo per me è troppo, ma soprattutto io non compro pasta lievita altrui, DEVO farla io e non avendo le dosi precise per la pasta lievita ho deciso di non affrontarla). Secondo: occorre avere una stanza da destinare appositamente alla lievitazione della Pizza di Pasqua, una stanza buia e in cui l'umidità possa rimanere stabile, in cui non far passare spifferi né tantomeno persone. Terzo: la Pizza di Pasqua è un coacervo di ingredienti che, se non ben trattati, potrebbero mandare all'aria l'impasto o la lievitazione. Gli ingredienti sono quintali di burro, pioggia di ricotta, badilate di liquori di ogni tipo. Uova, zucchero, anice e cannella - e ogni cosa bella.

Pertanto, chiedendo scusa alla gloriosa ricetta con pasta lievita della mia bisnonna - che oggi avrebbe novantanove anni - passata per le mani di mia nonna e di mia zia, recitando un Ave Maria e due Pater Noster per espiare la colpa, ho proceduto a fare la pizza di Pasqua come se fosse un normale ciambellone.

Eppure, nonostante il tradimento, le sensazioni sono state bellissime. 
Mi sono sentita l'anello di una catena che si snoda da secoli e che porta storia e tradizioni al futuro.

Dopo la riflessione sulle tradizioni da consegnare ai posteri, sono subito tornata con i piedi per terra: scoprendo che lo sbattitore elettrico - che aveva buttato fumo tossico nel tentativo di elaborare un dolce impossibile - era completamente andato. La tradizione, così, si è ripresentata in tutto il suo muscolare splendore: uova e zucchero da sbattere a mano. I deltoidi in fiamme. Ho pensato all'altra mia nonna, quella che non mi ha consegnato la tradizione della Pizza di Pasqua, ma degli altrettanto elaborati Cudduraci, esile come uno stelo, che fino a ottantotto anni, se poteva, montava uova e zucchero a mano, con un movimento preciso di polso da far morire di invidia tutti gli chef stellati. L'ho vista, lì, sul suo tavolo di marmo bianco vecchio di sessanta anni, a sbattere uova e zucchero. Mi sono detta: non posso tirarmi indietro. Ci ho provato, certo. Non con la stessa perizia novecentesca di mia nonna. Poi è arrivato il burro, non fuso ma a temperatura ambiente, e poi ancora la ricotta - e io lì a girare acqua e cemento con la fronte imperlata di sudore e i deltoidi che avevano ormai rotto la soglia del dolore, tanto da sembrare quelli di qualcun altro. 
Arrivano gli aiutanti. I liquidi. Un bicchierino della famosa sambuca della mia città: appena stappata, sono tornate alla mente infinite domeniche in famiglia, in cui la sambuca era la naturale conclusione, dentro al caffè, di pranzi luculliani. E due bicchierini di vermut: appena aperto, sono tornati alla mente i pomeriggi silenziosi e ovattati della nonna dei cudduraci, che col vermut insaporiva i dolci - e quasi la sua casa sapeva di vermut, un odore che è diventato presto l'inconfodibile tepore della mia infanzia.
Farina. Il peccaminoso lievito per dolci. E vai di nuovo di cazzuola da muratore. 
E poi anice, messo in ammollo per ore in una tazzina di sambuca.
E poi ancora cannella, un cucchiaino.
E, infine, la mia personalizzazione: due o tre cucchiaini - non ricordo quanti, perché il solo odore mi ha confuso le idee - di cacao amaro.

Infine, eccolo, l'inconfondibile stampo di carta, senza il quale la Pizza di Pasqua non è Pizza di Pasqua. Lascio colare l'impasto, recitando intanto tutto il rosario perché la mia pizza diventi alta alta come quella tradizionale. 

L'ora di forno statico a centottanta gradi è stata lunga. Un'ora in cui non mi sono potuta disinteressare della cosa. Ho fissato lo sportello del forno costantemente. Cresce? Non cresce? E che consistenza avrà? Sarò all'altezza? Per me, la tradizione culinaria che mi rappresenta è importante. 

La mia Pizza di Pasqua è cresciuta lenta come la mia autostima e le mie convinzioni. No, non verrà mai bene: ho sbattuto a mano uova e zucchero come se non avessi mai impugnato un cucchiaio in vita mia. Non potrà mai venire bene, mi dicevo.

E invece.

E invece, con i suoi tempi, la mia Pizza è cresciuta come le guanciotte di un bimbo inzeppate di latte materno. Ha sprigionato profumi incredibili. Mi sono sentita una persona che dà senso alla propria casa - perché io, al contrario dei miei vicini, che aspettano mezza giornata di ferie per fuggire da casa propria, quando ho qualche minuto di vacanza in casa mi ci chiudo e sperimento e faccio tutte quelle cose che, spero, mi possano avvicinare alle tradizioni della mia terra e delle mie nonne.

Morale della favola: nonostante le mie preoccupazioni e la mia scarsa autostima, che sempre emerge quando si tratta di cucinare, metà Pizza di Pasqua è sparita nell'arco di tempo che è andato dalla colazione alla cena. 
Era una Pizza che più o meno seguiva la tradizione ma che rimaneva molto mia. 
E ora sono là a contraddistinguermi quelle necessarie personalizzazioni che fanno della mia Pizza il sapore inconfondibile della mia famiglia - e della mia soltanto.

giovedì 30 marzo 2017

Il pieno e il vuoto




Il pieno e il vuoto: li immagino come una tela satura di colori e poi come una tela bianca, non preparata, magari bucata, strappata. Come avere di fronte l'opera rinascimentale più satolla di figure e dettagli e, dall'altro capo, osservare i buchi criptici e altrettanto ovvi di un Lucio Fontana.
C'è una bella differenza. Da un lato, gli occhi si riempiono tanto da traboccare di bellezza e forme che non lasciano spazio a nessun altro pensiero; dall'altro lato, ci si trova di fronte alla solitudine della propria mente, un quadro dilaniato e apparentemente vuoto, enigmatico, il cui senso è solo ed esclusivamente compito nostro.
Il pieno ci riempie, ma è il vuoto che può arricchirci. Secoli di arte dipinta e raffigurata e poi il nulla di un pensiero, di un'idea, sbattuti lì, senza alcun senso - o portatori di tutto il senso del mondo. Il punto è che di fronte al vuoto, soprattutto dopo che si è sperimentato il pieno, siamo costretti a guardarci in faccia: e a capire se siamo in grado di riempirlo nuovamente, quel vuoto.

Ho capito dopo anni - e dopo tre nuove versioni in blu-ray - cosa mi ha sempre davvero attratto dei film di Miyazaki: la saturazione dei suoi colori, i dettagli pieni e il pieno di dettagli di ogni singola inquadratura. Pur di fronte a scene senza alcun dubbio perturbanti, Miyazaki sa coccolare il proprio spettatore, lo infila tra un morbido blu e altrettanto comode pennellate di densi pastelli: i colori risultano accesi, corposi come un materasso, accoglienti come il proprio - inconfondibile - cuscino. Miyazaki ha saputo e sa riempire i vuoti dell'esistenza con il pieno di un'arte immensamente costruttiva, in grado di cullarci anche quando dovremmo avere paura.

Un po' come quando siamo ansiosi e intimoriti e intirizziti dalla follia glaciale del caos mondano - e di notte ci avvolgiamo nelle coperte, più per proteggerci che per ripararci dal freddo. Ce ne stiamo lì, col cuore in gola, e continuiamo a ripeterci che ora, in quel bosco di lenzuola e piumoni, siamo protetti, che il mondo è lontano, che il mondo è fuori, che il mondo non può arrivare a prenderci e a risucchiare tutto il pieno che abbiamo dentro.
Ne capitano di momenti così, oh se ne capitano. Quando ci sentiamo vuoti dentro, basta chiudere gli occhi e immaginarci a galleggiare nel vuoto denso dell'Universo: in un batter d'occhio ci sentiamo dotati di un peso, di una massa fatta di sangue, carne, muscoli - e i punti di vuoto sono solo pensieri che non riescono a formare nessun baluardo contro ciò che ci svuota.

Capita, a volte, forse molto più spesso di quanto si pensi, di sentire un vuoto alla pancia: perché siamo animali e non siamo fatti solo di idee e metafisica. Il vuoto alla pancia, a volte, puoi riempirlo con un soffice cornetto lievitato per ore e giorni, un perfetto gioco di incastri di pieni e vuoti d'aria.
Altre volte, il vuoto che hai nella pancia non lo puoi riempire, puoi solo lasciare che finisca di svuotarsi, contro la tua volontà: e accettare che il caso abbia deciso di lasciarti in balìa del tuo vuoto.
L'unica cosa da fare è sforzarsi di non pensarci. O meglio: sforzarsi di inventare qualcosa da costruire.

Allora ritorni all'inizio dei tuoi pensieri. Capisci che, sì, un Lucio Fontana ti mette di fronte al fondo del tuo baratro e inizia a scavarlo: ma il più ampolloso dei quadri, quelli fatti di tanti colori e successive velature e aggiustamenti e sistemazioni e aggiunte e ritocchi, non è altro che un nuovo mondo costruito laddove prima non c'era niente.
In fondo, è dalla mancanza di qualcosa che nasce l'istinto a ricostruire.
E noi, ecco, noi non ci facciamo abbattere da qualcosa che non c'è - e che forse non c'è mai stato: perché è lo spunto per mordere il più morbido dei cornetti appena sfornati, lo spunto per avvolgersi nelle coperte fino a diventare un involtino, lo spunto per aprire gli occhi e caricarsi di colori, lo spunto per ricominciare da capo con tante - e ancora tante altre - cose da costruire e da fare.

Penso, come sempre, ancora una volta, a Egon Schiele. Alla sua capacità di riempire la tela di personaggi lividi e traboccanti, così traboccanti da essere veri: eppure, scorgo anche la sua capacità di far equivalere ogni tratto di pennello, ogni segno di colore, ad una ferita sulla pelle della tela - una ferita sulla pelle di chi guarda. Penso alla sua capacità di riempire uno spazio e allo stesso tempo di svuotarlo - di svuotarci: di metterci di fronte ai pieni e ai vuoti di cui siamo fatti e che non sempre riusciamo a equilibrare.
L'equilibrio potrà esserci solo se, dove si è aperta la ferita e il sangue ha cominciato a scorrere, riusciamo a buttare dentro un po' di colore e a riempire quel vuoto di dettagli e belle cose che altrimenti perderemmo di vista.

Immagine: Egon Schiele, Donna seduta di schiena, 1917, dettaglio