mercoledì 30 novembre 2016

Lasciarsi andare


UNOeDUESliceofLife

Bisogna lasciarsi andare. Bisogna lasciar andare le cose. È qualcosa che si impara col tempo, con le esperienze - e con i dolori, quelli forti. 

Anche per quest'anno sembra che si sia messo un punto fermo sul contratto di lavoro. Dopo due mesi passati a correre da un lato all'altro della regione, a suddividersi tra plessi, segreterie, orari mirabolanti e ragazzi, non si è scritta la parola fine, ma la parola inizio. Dopo due mesi di continui inizi, si è cominciato davvero: si è cominciato per portare a termine il lavoro, impostarlo e guardare avanti. 
È stato un abituarsi, farsi i film, dire Sì, rimarrò qui, Sì, vedrai che ce la faccio!, è stato un capitolare, tra i momenti di gioia, scanditi dalla firma, il registro e il Buongiorno ragazzi!, ed è stato un piangere a dirotto, nel momento in cui si scopre che qualcuno ha più diritto di te a lavorare in quella classe.
Eppure, dopo quattro contratti e altrettanti plessi, ce l'hai fatta. Certo, non ricordi più in quale delle tre classi devi insegnare la geometria euclidea e in quale le espressioni - e poi finisci per scrivere e uguale emme ci al quadrato a dei ragazzini di seconda media - ma non importa. Non importa neppure cosa accadrà da luglio in poi: perché, per ora, nove mesi sono sinonimo di per sempre. Certo, apri il tuo diario personale, il registro, il quaderno con gli appunti e ti ritrovi a leggere i cognomi dei ragazzi conosciuti a settembre e ti scende la lacrimuccia - anche se ti sembra di aver vissuto tutto una o due vite fa. Certo, quando sei in una classe e ti chiamano a cento chilometri di distanza per dirti che, scorrendo la graduatoria, sono arrivati a te e che ti fanno il contratto, tu accetti, sì - chi non accetterebbe? - ma poi c'è da correre veloce e salutare i ragazzi che vedrai per l'ultima volta come se il giorno dopo li rivedrai ancora. Corri giù per le scale e non ti volti - e ti sforzi di pensare a tutto quello che non andava bene nel posto che stai per abbandonare. Poi ti giri e rigiri nel letto per notti intere e ti chiedi se hai fatto bene a scegliere come hai scelto.
Ma alla fine, sì. Hai scelto. Scegliere mette ansia, ma è un privilegio. Scegliere significa che davanti a te si aprono diverse strade e, in ogni caso, la soluzione che otterrai dipenderà solo da te: e il sole continuerà a sorgere.

Infatti, non ho intenzione di parlare dell'ansia che può metterti una scelta come il luogo in cui lavorare - o di quanto immodestamente io mi creda il prof di matematica più indispensabile al mondo.
Abbandonare classi e alunni tra pianti e strepiti - sì, perché anche un uomo può piangere e strepitare di fronte agli occhioni di bambini che diventano grandi - mi ha fatto capire che l'unica cosa da fare è prendere le cose così come vengono. È lasciarsi andare. È lasciar andare le cose. 
Certo, direte: per una cosa così sciocca, fai l'aforisma del giorno. 
Ma la mia lei, sempre così ansiosa e sempre così estrema nel vivere le cose di ogni giorno - come se la trafiggessero le frecce del San Sebastiano di Schiele - è anche così improvvisamente speciale nello scrollarsi di dosso le gravità: a volte le basta una lacrima a lavare via l’emozione del momento e a trasformare il sentimento in esperienza profonda, che diventa una delle tante cicatrici, delle tante tappe che fanno di te la tua vita.

Di solito arrivi ad avere ansia per le più piccole cose quando sulle spalle porti pesi davvero enormi, che hai rimosso o tenti di rimuovere - perché l'accettazione è difficile. Di solito trasferisci i grandi dolori sull'affrontare le cose sciocche. 
Ho parlato con una persona, una volta, una persona che sulle spalle porta davvero un dolore enorme, ma che sul viso ha sempre un grande sorriso sincero e nella voce una parola gentile per tutti. Questa persona mi ha detto di essere ansiosa, ma di aver capito che la vita va così, a volte ti butta giù, poi all'improvviso ti tira su, in una serie infinita di capriole. 
Raccolgo poi le massime dei nonni, frasi apparentemente semplici ma gravide della profondità di quelle vite vissute tra guerre, fame e riscatti: La vita è così, caro mio, La vita è tutto il resto, bello di nonno, Nella vita passa tutto, passano le cose belle ma anche quelle brutte. 

Di solito, tendiamo a soffrire per una mancanza. O perché ci spingiamo troppo oltre nell'immaginare una vita che poi scoppia come una bolla di sapone. 
Ecco, l'immaginare ci frega. Immaginare è bellissimo, ma ha i suoi risvolti negativi. Non è come sognare. Si sognano anche cose irrealizzabili e sognando si è consapevoli che ci si può spingere molto oltre i propri limiti.
Immaginare, specie nella vita di tutti i giorni, significa progettare. Fare bilanci e proiezioni. E se uno snodo del nostro schema non si verifica, allora scompare tutto il resto. Immaginare, a volte, significa avere l’illusione di poter scegliere.

Insegnare è bellissimo perché ci si trova ogni giorno di fronte a una miriade di storie ancora inespresse e tutte da sviluppare. Ogni alunno è una storia: tu lo guardi, immagini la sua storia, la sogni. Poi passi alla fase successiva, gli chiedi cosa vuole fare da grande. E, alla risposta, magari diversa dal tuo immaginare preventivo, inizi a immaginare un nuovo percorso: e tu sei lì, a fare da snodo a quella vita che si costruisce piano piano. A quella storia tutta da scrivere. 
Un privilegio e una responsabilità immani.
Inventare una storia, costruire un personaggio. Concepire una vita. Come gli scrittori, come i genitori.

Creare una vita e pensare a come sarà è ancora più delicato e pericoloso. Dopo essere diventati genitori, noi esseri umani non dimentichiamo di esserlo, eppure siamo costretti a lasciar andare la nostra prole, perché così la natura vuole. Una storia inespressa che ha bisogno di libertà per esprimersi. E tu non puoi far altro che lasciarla andare. Che lasciarti andare. Che lasciar andare le cose. E così un romanzo, un racconto: devi lasciarlo in mano a chi leggerà - ed essere consapevole che tu non sei più l’autore, che l’autore, ora, è il lettore - e dar la possibilità alla storia di vivere altrove, con qualcun altro, in uno spazio e in un tempo diversi dai tuoi.

Poi, ci sono storie che rimangono inespresse e neppure nascono. Sono solo un piccolo, breve incipit. Una poesia. O forse due o tre versi. Una strofa. Anche la strofa interrotta ti segna: e anche la strofa interrotta - devi lasciarla andare. È una poesia che ricorderai per sempre, ma è anche un'esperienza che dura un battito di ciglia, un respiro. Proprio perché è così breve, non devi portarla come un peso: deve solo spingerti ad avere fiducia che, in futuro, altre storie nasceranno e si esprimeranno come è giusto che sia.

Per questo bisogna lasciarsi andare alle esperienze. Viverle per quello che sono: solo insegnamenti per essere persone migliori, solo insegnamenti per affrontare la vita con leggerezza, anche quando la vita pesa.

Ogni mattina, alla stazione, vedo volare famiglie di gabbiani. Quando si posano sono giganteschi, alti quanto me. E mi chiedo: Come fanno a volare? 

Eppure l'istante dopo si sono librati in volo, un corpo pesante, due ali enormi e un percorso leggero da tracciare nell'aria. Da lassù, me lo sento, guardano noi spinti e soggiogati dalla gravità e danzano divertiti con le stelle e le stelline del nostro cielo.

Immagine: Marc Chagall, Sulla città, 1924

domenica 30 ottobre 2016

Perché è indispensabile avere sempre sul comodino un Dylan Dog

Dylan Dog Mater Dolorosa - Testo: Recchioni Disegni: Cavenago (pag. 30, particolare)

UNOeDUEVision


LUI. Perché è indispensabile avere sempre sul comodino un Dylan Dog? Perché è indispensabile se il tuo comodino è in realtà una mensola di dieci per dieci centimetri su cui navigano oscillando e cadendo oggetti di varia natura - orologio, iPad, libri, cellulare, graziosi ninnoli a ricordo di giornate indimenticabili? 
Perché mi ostino a tenere questo disordine colossale nello spazio di una mattonella? E perché Dylan Dog se ne rimane lì, in pole position nei luoghi del mio relax quotidiano, se posso trasportarlo comodamente in libreria, dall'altra parte della casa? 
La risposta che mi sono dato è che Dylan Dog è lì - e lì rimane - perché ha la stessa funzione di un acchiappasogni. Sapete, quei cosi dondolanti che si appendono alle porte o alle finestre, munite di dubbie piume e ciondolini informi. Dylan Dog, per me, cattura gli incubi: meglio tenerlo accanto al cuscino, in prossimità della testa. 
Lei me lo fa trovare sul comodino di sera, puntualmente, nel giorno della sua uscita. A volte nemmeno mi dice di aver trovato l'albo, lo compra e basta e me lo lascia lì, in bella vista, proprio sul cuscino - Dylan Dog e la mia Lei, due acchiappasogni in un unico gesto. 
Dylan Dog, per me, è stato a lungo un mistero. Ricordo che ero bambino e non osavo neppure toccarlo in edicola - era una cosa per grandi e, soprattutto, una cosa che faceva paura. Insomma: tutto quel nero in copertina, tutti quei mostri e talvolta quei cimiteri spiattellati lì davanti al mondo che scorreva assente e normale. Quando ero bambino, Dylan Dog era uno di quegli oggetti magici tabù - o una sorta di vaso di Pandora, lo aprivi e poi potevi pure non dormire per settimane. 
Eppure Dylan Dog è nato dopo di me. Io ho qualche anno in più dei suoi trenta. Non avrei dovuto avere paura di lui. Lui avrebbe dovuto avere paura di me: che non mi avvicinassi a lui, che non lo sfogliassi, che non lo capissi. 

LEI. Io Dylan Dog nemmeno lo guardavo, invece. Altro che tabù o vaso di Pandora. Per me era una sorta di croce al contrario. Se oggi ripenso a quello che pensavo allora di Dylan Dog mi viene da ridere. 
Eppure. 
Mia zia ne aveva una collezione intera. E tutto quel nero. E tutte quelle forme che da bambina non riuscivo a capire. 
Eppure. In tutto quel nero già forse riconoscevo il gusto del proibito. Dylan Dog. Proibito. Se oggi ripenso a quello che pensavo allora di Dylan Dog mi viene da ridere. Però: sì. Avevo la sensazione che di fronte a me ci fosse un oggetto proibito. Nove anni appena, io, Dylan qualcosa in meno, e se ne stava lì, sparso per la casa di mia nonna, quando lo zio di turno veniva a pranzare e in pausa leggeva qualche pagina. Ero bambina e mi avvisavano di non toccare: forse avevano paura che rovinassi gli angoli delle pagine, ma io pensavo di non poterlo toccare per quello che c'era dentro - una spirale nera che ti portava giù, giù in fondo. E a nove anni non puoi permetterti di andare giù in fondo, anche se la sensibilità dei bambini, a volte, ti porta molto più giù di quello che sanno fare gli adulti. 
Poi, un giorno, nella solita grande casa della nonna compare qualcos'altro. I modi di presentarsi erano gli stessi, ma qualcosa cambiava. Era un libro, non un fumetto. E, in copertina, uno dei titoli più strani e affascinanti che avessi mai letto: Dellamorte Dellamore. Avevo i soliti nove anni, forse dieci, ma ricordo come fosse accaduto oggi che a quel titolo provai un brivido, pensai che fosse geniale il suono, una sola ti di differenza e cambiava tutto - e forse non cambiava nulla. Il solito monito: non toccare, non rovinarlo.
Ebbene.
L'ho toccato. L'ho aperto. Non l'ho rovinato. Ho letto le prime due pagine. Il brivido è continuato. Altro che proibito: stavo leggendo qualcosa che mi avevano vietato, che mi metteva paura e che trovavo geniale - nella grande casa di mia nonna, una casa sterminata e silenziosa, piena di oggetti e anfratti, che, col giusto silenzio, sapeva parlarti. Ero fuori di me. Nel senso che non avevo nulla a proteggermi, niente pelle, niente carne, niente sangue. Sentivo tutto e di più del normale. Ho chiuso il libro. 
No, non lo avrei più riaperto. 

LUI. Trovare qualcuno con cui condividere la vita significa anche trovare qualcuno con cui condividere la paura. Abbracciarsi e avere le paure che ti girano attorno come le tre streghe di Macbeth è la cosa che più ti espone e, allo stesso tempo, che più ti protegge. 
È un'estate di qualche anno fa. Un on the road toscano tra montagne e paeselli fa tappa anche presso le edicole. Io già leggo Dylan Dog da qualche tempo. Lei-che-ancora-non-è-mia-moglie, ma in fondo lo è quasi, non lo legge: e non so perché. Di solito, le passo quello che leggo - e lei a sua volta lo legge e lo ripone in libreria. Con Dylan è diverso. Chi lo sa perché. 
È un'estate toscana di qualche anno fa, un'estate sul finire, un'estate in cui piove spesso. Niente escursioni, oggi, niente boschi, niente paesi: ci infiliamo nel nostro rifugio montano e decidiamo di guardare un film. Lei dice, con qualcosa nella voce che ha un brivido lontano, di voler vedere Dellamorte Dellamore. Non so di cosa tu stia parlando, le dico, ma sei convincente. Tiziano Sclavi, mormora lei, e io lo so, lo sento che sei ancora più convincente. 
Il film nasce, si sviluppa e conclude di fronte a noi due gelidi e immobili, con il temporale fuori e le nuvole che hanno inghiottito il picco della montagna. Sono le cinque del pomeriggio, ma sembrano le due di notte. Fuori tutto fa paura. E sullo schermo passano quelle tombe, quel cimitero, come sulla copertina di quei Dylan che, da bambino, guardavo in edicola e non toccavo. Ce ne stiamo immobili e gelidi, come bloccati in un tempo di tanti anni fa, quando da bambini non capivamo granché del mondo e lo vivevamo come se fosse stato un sogno. Mi addormento, forse mezz'ora - o un'ora. Quando mi risveglio, lei ha letto dall'inizio alla fine entrambi i numeri di Dylan che ho comprato nel paese toscano del nostro on the road solitario.

LEI. Dylan Dog ci stava aspettando - credo. Aspettava che io e lui fossimo insieme. Aspettava un temporale in alta montagna. Aspettava che il giorno si facesse notte. Aspettava che ci sentissimo protetti da venti centimetri di muro e da una finestra di legno: noi dentro, il bosco, la notte e i fulmini fuori. Dylan aspettava che incontrassi quel tepore morbido che si prova solo quando ti senti a casa. Dylan, in quella baita ti ho letto tutto d'un fiato. Sono tornata bambina, ho attraversato il lungo corridoio della casa di mia nonna, mi sono nascosta in un angolo del suo salone, ho rubato Dellamorte Dellamore e l'ho aperto, nonostante il divieto. Dopo quasi vent'anni sono riuscita ad arrivare fino in fondo. Non era il romanzo, no, erano due albi dell'edicola, ma per me è stata la stessa cosa. Ho trovato una connessione tra la me bambina e la me adulta. Nel senso: non c'è alcuna differenza tra le due me. Ho solo trovato il tunnel che le unisce. Quando sei bambino tutto attorno ti sembra nuovo, come camminare in un sogno: non capisci a fondo le cose, le interpreti a modo tuo, con le poche informazioni che hai, e completi quello che non capisci con la fantasia, i mostri, i sogni, gli incubi, i misteri, le ombre dietro le porte e i cigolii dei mobili antichi. Da bambino ne hai paura. Da grande continui ad averne paura. Ma con gli strumenti giusti la paura diventa un gioco in cui proteggersi. Dylan Dog è uno di questi strumenti. Un gioco in cui proteggersi. Una lettura con cui proteggersi. 
Per questo è indispensabile averlo sul comodino. 

LUI. Dylan non è più il vaso di Pandora, il tabù o la croce rovesciata. Per un adulto ancora un po' bambino alle prese con la vita dei normali - di tutti questi normali che hanno i sentimenti di un non-morto - per un adulto che non ha tempo di continuare ad avere paura del buio o delle porte che cigolano, Dylan Dog diventa la valvola di sfogo di tutto quello che disturba. Ogni volta che apri un albo ti chiedi: cosa mi dirà di me stavolta Dylan? Cosa mi farà scoprire? 
E allora apro, leggo, mi espongo. Provo un brivido, ma sono nel mio letto, accanto c'è mia moglie, fuori piove - o forse non piove, ma è notte, è nuvoloso o forse è pieno di stelle a guardarci come tanti occhi indagatori. È notte, fuori piove o forse non piove: tra me e il mondo esterno, quello dei normali con i sentimenti dei non-morti, ci sono dieci, venti, forse trenta centimetri di muro. 

LEI. Il confine è labile. Ma c'è il muro. E poi il letto. E poi la coperta. Mio marito. Un albo da leggere. Dai, Dylan, dimmi qualcos'altro. Dimmi cosa è la mia ansia. Dimmi come è fatta la mia paura. Dimmi quali angoli mi terrorizzano e in quali ombre ogni volta cado, anche se cerco di evitarle. Dimmelo proprio ora, mentre sono sotto al piumone con mio marito e il mondo è abbastanza lontano perché possa farci del male. Dimmelo e cullami prima di addormentarmi. Un altro tassello in quel veliero che non possiamo finire di costruire. Parlami e ancora svelami: e, come un acchiappasogni, tienimi il mondo lontano, come se fosse sempre notte. Sono bambina e sono adulta. Siamo bambini e siamo adulti. Mettici di fronte all'orrore piu orrorifico e fallo mentre siamo abbracciati: le paure ci ballano attorno, come le streghe di Macbeth, ma tra noi e loro, almeno per ora, almeno per stanotte, abbiamo costruito un muro. E, con quelle nostre, intime paure attorno al letto, comodi e caldi ci sentiamo finalmente a casa. 

venerdì 30 settembre 2016

Scoprirsi e riconoscersi

UnoeDueVision



Avere il cielo in testa: letteralmente. 
E, col cielo, viaggiano le nuvole. Avere anche le nuvole in testa: davvero.
Il caso ha voluto che scattassimo una foto così indicativa, loquace e, allo stesso tempo, sibillina: l'Arcano della Luna, una sagoma sottile che ci mostra l'interno - o l'interiorità - di questa figura femminile. 
Il cielo e le nuvole. Non possono non andare di pari passo. L'uno esalta le altre - e viceversa. Non sarebbe cielo senza quel tocco di pennello bianco che ci mostra le nuvole ed esalta il manto azzurro. Non godremmo della bellezza del cielo, se le nuvole non sparissero. 
Il cielo in testa significa tutto. Avere l'infinito dentro. Quando hai l'infinito dentro, volente o nolente, hai anche le nuvole. Le nuvole possono diradarsi o possono diventare mostri. 
I mostri non sono solo cattivi: dentro l'infinito puoi scovare anche mostri buoni, simboli, elementi del proprio essere che assumono il significato negativo della terribile esperienza che ci ha segnato e, al contempo, assumono il significato positivo della forza attraverso cui abbiamo superato le difficoltà. 
Ci siamo trovati di fronte alla grandezza - in tutti i sensi - di Niki de Saint Phalle. In un posto di provincia, nascosto, lontano da sguardi indiscreti - e, forse, anche troppo esposto: un luogo che si apre solo per le menti più attente, più silenziose e più inclini a scoprire se stesse. Niki si ispira ai tarocchi e dai tarocchi ricava linfa per un'opera d'arte totale, che abbraccia la sua vita e la nostra vita in un tripudio di architettura, scultura, pittura, mosaico, poesia. Ci siamo trovati - ancora una volta - a piangere di fronte alla bellezza. Perché non si piange solo per le cose tristi: si piange anche come reazione di fronte a chi, inaspettatamente e con grande maestria, ti scava a fondo - e ti riconosce. 

Ogni viaggio è sempre un viaggio alla scoperta di qualcosa. Ogni viaggio è sempre un tassello che compone il nostro personalissimo puzzle. Così, ci commuoviamo: proviamo sentimenti ed emozioni per quel determinato luogo, ci sentiamo parte di esso. 
Ci siamo commossi la sera prima, di fronte a un’estasi quasi bacchica, per il più grande omaggio che al cinghiale si possa fare. Qui: tutto ciò che avevamo intorno ci ha permesso di riconoscere memorie della nostra infanzia, memorie tattili più che mentali, che odorano della cucina della nonna, in un inverno freddo e fatto di soporiferi discorsi domenicali, mentre tu, preso dal tuo gioco nuovo, aspetti solo quell'urlo: A tavola! 
La notte e la mattina dopo ci siamo commossi per una delle accoglienze d'hotel più calde e morbide dei nostri viaggi. Un micetto rosso inseguiva indisturbato un insetto, tra i commensali divertirti e una tavola da colazione imbandita - buonissima - come se fosse domenica sempre: di quelle colazioni che ti fanno dimenticare lo scandire tutto umano del tempo. 
Prima di arrivare al giardino di Niki, una passeggiata nel silenzio totale e leggero di uno dei borghi più piccoli e più teneri mai visti, fiori e profumi e panni stesi con pudore, tra stradine strette che ispirano solo l'abbraccio. 
Ogni luogo, se sai vederlo, ti riconosce: e ti svela un pezzetto di ciò che sei.

In questo girovagare tra l'arte del cibo, l'arte dei borghi e l'arte dell'ospitalità, Niki è stata scoperta solo alla fine. Ed è stato giusto che fosse così, come una specie di spirale magica verso la catarsi. 
Niki ci appare silenziosa, metodica, fragile: e ho imparato che chi è fragile, metodico e silenzioso sa fare grandi cose. Letteralmente. 
Il giardino di Niki si deve esplorare, sì. Ma si deve anche ascoltare. E sentire attraverso la pelle.
Ti devi lasciare andare. Devi poterti specchiare nei mosaici di vetro e vedere la tua immagine scomposta e frantumata: e non averne paura. Ognuno di quei pezzetti, piccoli o grandi che siano, è una parte di te. Devi scrutarli a fondo, capire a cosa alludono, dare ad essi la giusta importanza, esaltarli o ridurli. Niki crea statue-architetture enormi, eppure quella che dovrebbe essere la più grande è una delle più piccole: la Forza. La Forza è solo un mezzo: grandi, invece, sono gli elementi che davvero hanno saputo svilupparsi in Niki - o in noi - grazie alla Forza (posta, quasi nascosta, proprio all'inizio del percorso): la Papessa, l'Imperatrice, la Giustizia, l'Imperatore, la Torre. Come a dire: tutti abbiamo la forza di fare le cose, ma ciò che è evidente è il risultato finale, il modo in cui poniamo e vediamo le cose nella nostra vita dopo averle affrontate. 



I giganti arcani di Niki si nascondono anche sotto i nostri passi. Occorre anche guardare a terra per apprezzare il valore dell'artista, che affida alla pietra incisa alcuni dei suoi pensieri per me più toccanti. Lei sa: l'artista, il poeta, il filosofo vanno a caccia del significato dell'esistenza. Se la vita fosse un gioco di carte, sarebbe un gioco senza regole, regole che dovremo scoprire noi, piano piano, e che mai potremo conoscere a fondo. Sembra una frase tirata lì, quasi tautologica, ma è la frase minuscola che, più delle altre opere, ci ha messo sottosopra. La vita si presta a ogni metafora e ogni metafora calzerebbe per descrivere la vita. I tarocchi e i personaggi sviluppati da Niki appaiono così stratificati, in grado di darti un significato e anche il suo contrario. 
A volte, di fronte a opere come il Giardino dei Tarocchi ho la sensazione di trovarmi di fronte al mare: calmo in superficie, ma denso, oscuro, imperscrutabile, agitato sul fondo. Qualcosa per cui indossare bombole e boccaglio e cominciare a esplorare in modo scientifico, con la consapevolezza di poter cadere nel baratro, di farsi male, di rimanere impigliati nell'insidia di turno o di dover risalire in superficie, senza aver concluso l'esplorazione, perché l'ossigeno è finito. 



Ho provato la stessa cosa nell'attrazione forse più interessante e più leggera per la maggior parte della gente: L'Imperatrice, che fu anche la casa di vetro e ceramica dell'artista. Siamo entrati nella pancia della figura femminile a guardia del giardino come una Sfinge e lì e solo lì abbiamo trovato il cantuccio di Niki. Un luogo tondeggiante, caldo e freddo, accogliente e tagliente, in cui l'immagine dell'artista deve essersi rifratta in mille altre immagini. La guardia del parco è anche l'utero di Niki a cui Niki ritorna, piccola, enorme, fragile ma fortissima per ritrovare se stessa e anche più: in un girotondo di immagini infinito e pericoloso. Ecco: è come stare in fondo al mare, calmo e insidioso, caldo e turbolento.
Non manca l'amore. Perché l'arte è essenzialmente amore. E se sotto al mare non trovi una mano da stringere mentre sei nel buio più buio, allora meglio non avventurarsi. Ma se in quel buio trovi una mano da stringere, nel buio sai vedere anche la luce: potere demiurgico degli artisti e degli amanti. L'amore sono le sculture del compagno di Niki, Jean Tinguely, che picchettano stonate e sbilenche il giardino. Piccole ferraglie a cui il gesto artistico ha permesso di vivere una seconda vita. Il segreto sacrale e sospeso di questo giardino è qui: che sia la gigantessa di Niki o il corpo impossibile di un ferro dotato di vita nuova, tutto in questo giardino sa di rinascita. 
Si può morire e nascere molte volte nel corso della vita e ad ogni passo fatto si pone una pietra a ricordare la caduta e la risalita. Ogni passo fatto è un arcano e il solo fatto che quell'arcano sia lì a troneggiare significa aver vinto. L'arte è anche questo, ritualità, sacralità: poter osservare la Venere di Willendorf e capire che la pietra calcarea può vincere sul tempo, osservare il Giudizio di Michelangelo e capire che l'uomo, a volte, sopravvive a Dio, osservare un arcano di Niki e capire di avercela fatta. Avercela fatta con i colori, con il sorriso, con la gioia. 
Nonostante tutto. 

Avere le nuvole in  testa: impossibile non averle, non avere paura di possederle, divertirsi a sgomberarle per poi godersi il cielo. 


Catalogo consultato: Lucia Pesapane, César Garcon, Niki de Saint Phalle, Ulmer, Paris, 2014

Foto scattate e di proprietà dell'autrice del blog.

mercoledì 31 agosto 2016

L'inaspettato e l'indifferenza

UnoeDue Slice of Life

L’inaspettato è ciò che più le mette ansia. Le si blocca il respiro, le si mozza il pensiero: è in grado di star male per giorni - e quando non sta male ha solo messo da parte, in un piccolo scrigno della sua testa, ciò che la atterrisce. A volte non ha nemmeno un oggetto da temere: è solo il tarlo del pendolo, dell’accadere, dell’esistere. Eppure, quando accade, l’inaspettato non è mai aspettato, non puoi mai dire Ecco te l’avevo detto, Ecco è successo: quando accade, l’inaspettato è sempre nuovo.

Ci siamo svegliati in mezzo al letto, saltellanti, in movimento senza volerlo, talmente in movimento che ci siamo cercati le mani e non siamo riusciti a stringercele. È stato ancora più inaspettato e brutale perché la luce era spenta, perché era notte piena, perché le pareti della camera da letto sembravano ondeggiare, stringersi e allargarsi, come dentro a un muscolo - e noi lì a guardare, impotenti, incoscienti, senza poter capire nulla, senza poter pensare nulla. Un film horror, penso io, C’è un fantasma in casa, pensa lei - Stiamo entrando in un’altra dimensione, pensiamo all’unisono, carichi come siamo di mille film e mille storie.
Ma quando tutto si ferma e il rumore lunghissimo e assordante cessa e rimane un silenzio da vuoto d’aria - be’. Sale la paura. È banale dirlo, ma è solo Paura. Perché quando qualcosa è accaduto ed è diventato conosciuto, allora hai paura che accada di nuovo e a quel punto eccola, eccola lì: l’ansia dell’inaspettato.
Una felpa in mano, un peluche, è estate ma fa freddo - stanotte fa freddo. Lei trema, Mi gira la testa, ho la nausea, dice con la voce impastata dal sonno, con i denti che tremano. Io mi metto sotto la porta, continua, come se fosse sonnambula. E io: Ma ora a che serve?
A nulla, mi rispondo, serve a nulla, è solo un modo per dire che t’aspetti l’inaspettato.
E, quindi, facciamo qualcosa: giriamo per la casa, alla ricerca di crepe - e niente crepe, per fortuna. Dovremmo uscire, guardare cosa accade intorno, ma l’incoscienza ci fa stringere nel letto, sotto le coperte, gli occhiali infilati, il cellulare in mano, la luce accesa, ci guardiamo intorno, come se il fantasma potesse tornare. Perché, quando ti sembra che il mondo sia instabile e pericoloso, solo stare vicini e diventare una stretta di carne nella propria casa, nei propri spazi, sembra essere l'unica protezione. E quando stiamo per addormentarci - una dichiarazione d’amore scambiata, piena di paura, guardandoci negli occhi - ecco che il letto ci dondola di nuovo e ci alziamo e, di nuovo, non sappiamo che fare.
Accendo il telefono. Controlliamo se ci sono notizie dell’ultim’ora. Lei trema, ancora. In fondo, avere paura è un sistema di difesa. L’ansia è un sistema di difesa. Pare che pensare per forza a qualcosa che potrebbe accadere, ti dia l’illusione di controllarla, quella cosa: stai sul chi va là e, in definitiva, ti senti forse più tranquillo nel perpetuare uno schema che ha tutta l’aria di un mantra magico.
La lascio al suo respiro corto, al peluche stretto, agli occhi sbarrati. Mi rivolgo al mio telefono, al web - e quello che leggo sul web, in piena notte, quando il mondo non esiste e tu dovresti ritirarti, ecco, quello che leggo sul web è davvero l’inaspettato. Quello che ti fa tuffare il cuore in un mare di Non è possibile.

E la mente torna indietro. A due anni fa. Esattamente due anni fa.
Perché, a volte, l’inaspettato può avere un sapore dolce - o un sapore salato, può avere il sapore degli spaghetti trafilati in bronzo, di pomodoro e guanciale, di pepe, di carne di pecora arrostita attorno a lunghi stecchini di legno - e che goduria ungersi la faccia come bambini per tirare via un boccone. Che goduria vivere un pranzo che è lo spazio in cui entrano tutti i sentimenti più rassicuranti della tua vita.
L'inaspettato può avere il sapore di gente legata alla Terra e che dalla terra ricava talmente tante ricchezze da produrre Cultura: quella cultura che lega l'oggi direttamente all'antico, all'ancestrale. Il modo di parlare e di ornare una finestra, di dirti Grazie e Buongiorno, di sorridere, il modo di essere colpiti dal sole - quel sole che solo lì è così - ci riportano ad un mondo che le grandi metropoli dimenticano, là dove tutti vivono veloci, impazziti, alle prese con appartamenti minimal e piatti minimal e vite minimal, tutte internazionali e tutte uguali, in cui si dimentica cosa c'è di radicato tra te e la Terra. Quel cordone ombelicale tra te e un luogo. Un sentimento che possono capire solo le persone che, volenti o nolenti, il proprio luogo hanno dovuto lasciarlo. Un cordone ombelicale che non andrebbe mai spezzato, nemmeno dagli eventi, nemmeno da ciò che è più grande di noi.

Penso, ancora. Ricordo.

L’inaspettato, a volte, ha il sapore di un lungo on the road tra paesini, boschi e montagne: e, mentre guidi abbandonando le autostrade, ti concentri sulle stradine e le stradette a picco sul verde, incuneate tra case di antichi massi e piccole chiese di paese che emanano carità e misericordia e vita monastica rude e semplice - come la pietra non levigata.
L’inaspettato sa di cartelli stradali blu e marroni. E lei dice: Al ritorno fermiamoci qui!
Ci ripenso. Due anni fa. Avevamo già deciso che ci saremmo sposati. Avevamo pianificato mese per mese tutto. Avevamo solo il timore di tutto l’inaspettato e il non calcolato che da lì al matrimonio sarebbe potuto accadere. C’eravamo dati un obiettivo e non vivevamo che per quello - e il percorso come sarebbe stato?
Le comunico, piano, quello che è successo, del disastro, di luoghi che non ci sono più. Inizia a piangere. L’inaspettato che ci ha svegliati è stato un inaspettato angosciante, per noi terribilmente fortunato. Ma per altri no. E quegli altri non così fortunati, ecco, erano stati lo scenario di uno degli inaspettati più belli della nostra vita.

Lo ricordo, quel parcheggio fortuito, trovato all'ultimo secondo, tanto affollato era il paese. Lo ricordo, il parco pieno di bimbi e nonne e un caldo infernale - ma a noi cosa importa del caldo, stiamo per avventurarci in una delle mangiate più estreme della nostra vita, di quelle in cui le calorie bastano per i prossimi cinque giorni, per i prossimi cinque paesi.
Lo ricordo, il corso principale, pieno di fiori e voci e profumi e noi una fame terribile - e ancora troppo presto per entrare al ristorante. La ricordo - la botteguccia in cui abbiamo felicemente svuotato il portafogli, formaggi e miele e spaghetti e guanciale, in un tripudio di odori da cucina della nonna, di domenica, nel giorno più caldo e protetto della nostra infanzia.
E poi eccolo, un ricordo che è una risata, prima la cameriera, poi il padrone del ristorante che ci chiedono se siamo davvero sicuri di voler scegliere il menu completo: ma quello completo completo, dall’antipasto che è gia un pasto abbondante di per sé, passando per entrambe le versioni, bianca e rossa, della pasta, rotolando poi sazi e non paghi fino alla grigliata mista - e quell’arrosticino voluttuoso e sensuale adagiato sul piatto ovale, quasi fosse la modella per un nudo! - e infine le patate - le patate arrosto più buone del mondo - che sanno di quelle sere in cui hai - sorprendentemente, inaspettatamente - azzeccato la temperatura del forno e il dosaggio del sale, del pepe e del finocchietto e il risultato è un tripudio di dolce e salato e piccante ad un tempo. Una vittoria. E poi il dolce: e il padrone che scherza su quanto mangiamo e noi che saremmo anche pronti a ricominciare.
Ricordo un po’ meno la passeggiata del dopo pranzo, i fumi del cibo, una sorta di sonnambulismo da glicemia alle stelle - ma il fresco della chiesetta medievale che ci ritempra, quegli affreschi che ci dipingono gli occhi con la loro bellezza ancestrale, umana, colorata, portata alla vita da una mano esperta ed eterna. E il ricordo vivo di uno dei ricordi più belli che abbiamo insieme - io e lei.

Avremmo voglia di ricominciare a mangiare, sì. Di ricominciare a camminare, a guardare, a immaginare la vita altrui in un posto simile. Tanto che, diciamo, ci vogliamo tornare presto qui, a pranzare. Magari comprare un biglietto per la sagra, perché no? E alloggiare da qualche parte. E ritemprarci.
Vorremmo ricominciare, sì.
Ma forse per il momento non si può.
L’inaspettato di stanotte, oltre al ricordo dolce, ci regala il rimpianto per non essere tornati prima. Di aver perso un’occasione. Lei lo sa. Ha il cuore in gola. L’inaspettato - forse sin troppo aspettato, ma mai troppo pronto e troppo vero per essere reale - poche settimane fa, ha colorato il cielo con l'azzurro degli occhi di suo nonno, mentre lei era in uno dei momenti più leggeri della sua estate. Mentre aveva tanta birra e tanti carboidrati in corpo da poter festeggiare per mesi. E poi, niente. T’arrivano certe cose e tu stai lì. Preso in pieno e tramortito. Tramortito dall’indifferenza del tutto.

C’è chi, molto tempo fa, ha scritto che la Natura non è indifferente. Che, se cerchi bene, nella Natura troverai tutte le risposte e tutte le forme che l’uomo s’affanna a replicare nell’arte alla ricerca del Bello. La Natura ha già tutto. Le sinuosità, le rientranze, le sporgenze, le cornici, le simmetrie. La Natura non è indifferente al Bello. Noi dobbiamo solo trovarlo.
Ebbene, stanotte ho cambiato idea. Credo che la Natura sia tragicamente indifferente. A lei non interessa di noi. Di cosa abbiamo fatto, di cosa facciamo, di cosa faremo. Sì, l’uomo è artefice di tante di quelle brutture che non avrebbe alcun diritto di continuare ad appropriarsi della Terra - ma nemmeno questo alla Natura interessa. La Natura semplicemente segue il suo corso, si sveglia, si agita e si addormenta, a caso o con regolarità: senza alcuna pietà. Non c’è sentimento nella Natura, se non un movimento, costante, delle sue profondità e delle sue altezze.
Ma la Natura, ecco, la Natura dovrebbe ricordare che senza di noi lei non esisterebbe. Senza di noi, lei sarebbe un ammasso di cose senza nome. Lei è indifferente. Ma noi no. Noi non siamo indifferenti. La Natura non avrebbe alcun senso se non ci fosse il poeta a cantarla o l’artista a ritrarla o il contadino e il cuoco ad esaltarla. Senza di noi la Natura non esisterebbe. Non ci sarebbe nessuno a guardarla, ad ammirarla, non ci sarebbero quei soli occhi che nella Natura riconoscono il Bello - che, è questa la grande verità, è una creazione del giudizio umano. La bellezza non sta in una rupe o nel mare o nei rami di un albero: la bellezza è in noi che sappiamo trovarla. Del resto, senza spettatori lo spettacolo non va in scena. Senza Uomo non esisterebbe il Bello del Mondo, né il Mondo potrebbe vantare le bellezze che vanta.

Ce ne rimaniamo inermi. Lei piagnucola un altro po’, io mi tengo dentro un groppo che preme lo sterno - il rimandare, perché, sì, lo facciamo domani o dopodomani o l’anno prossimo, il non aver goduto di quello che ancora non sapevamo sarebbe stato l’ultimo sguardo su quel paese così come era, il non aver fatto qualche foto in più, perché ecco, meglio guardare che fotografare - e poi ci torniamo, no?
Sì, certo che ci torniamo. Mi dico. Certo che ci torneremo, le dico nell’orecchio con il respiro sicuro. Sono sicuro che lì torneremo e ci ritempreremo e guarderemo quanto può essere bello il mondo. Perché, a volte, aspettarsi la speranza, aspettarsi un inaspettato pieno di speranza, è il motore della vita umana: noi non siamo indifferenti a quello che abbiamo intorno. Noi non siamo indifferenti. Noi, la bellezza, la cerchiamo e la (ri)costruiamo.

sabato 30 luglio 2016

Il viaggio continua - UNO E DUE



Il cotto del terrazzo brilla feroce sotto il sole - sembra cambiar colore. Diventare più scuro. Come la minestra di fagioli che bolle sui fornelli. O come i cornetti che stanno lievitando in forno, abbrustolendosi, lanciando schegge impazzite di zucchero nell’aria di casa. 
Un caldo troppo caldo per accendere il forno, ma lei aveva voglia di impastare e affogare nella farina e nel burro quel po’ di malinconia che sale - e sale per forza - nelle giornate d’estate in cui le città si svuotano - e tu sei alle prese con i quasi mille scatti del giorno del tuo matrimonio. 
Coi passi misura le mattonelle e indugia sotto il sole del terrazzo dando importanza a quei dettagli che, sotto la luce di luglio, diventano fiamme incandescenti e abbacinanti. E io, sdraiato sul divano, il computer sulle gambe, esercito l’indice con un click alla volta - ritmico, lento, quasi annoiato: costretto a guardare con occhi esterni quello che io e lei abbiamo vissuto in soggettiva. In un turbinio che sembrava passato e assorbito dalla vita di tutti i giorni, ma che continua a destarci ogni tanto, a elettrizzarci, a darci scariche di adrenalina, nonostante l’inverno del matrimonio sia diventato estate.

Sfiora con pollice e indice la foglia appiccicosa di una petunia - la sento piagnucolare. I cornetti si bruciano - le ricordo - e lei si asciuga le lacrime e corre al suo adorato impasto. Sforna i cornetti, li annusa, le torna sul viso un sorriso radioso, musicale:  tocca un cornetto col coltello, il coltello fa crac, lei fa l’Evviva del bimbo sull’altalena. Lascia i cornetti sul tavolo, liberi di emanare il loro profumo e di mandarmi in pappa il cervello. Se na va di nuovo sul terrazzo. Inizia a potare il basilico e la salvia. Saltella. Improvvisamente non piagnucola più. Viene da me. Guarda lo schermo del computer dove scorre il nostro giorno. Fissa noi due vestiti in bianco e nero, un tramonto abbagliante, un’atmosfera da togliere il fiato. 
Mormora nel mio orecchio annoiato: Sono i primi cornetti da sposata. 
Non c’è bisogno che mi spieghi quello che ha appena detto. Avverto solo un senso di continuità. Comodo e necessario. Una sorta di ripetizione infinita di quel giorno in ogni giorno, in ogni istante della nostra vita dopo. Perché so che non le basterà più dire Sono i primi cornetti che faccio da sposata. Dirà anche: questi sono i secondi cornetti che faccio da sposata. E questi sono i primi cornetti al cioccolato che faccio da sposata. E questa è la millesima cena al ristorante che facciamo da marito e moglie. 
La sensazione che quel giorno non sia stato solo un giorno. Ma che quel giorno sia stato l’inizio. Sembra banale dirlo. Ma è molto più di un inizio. È un inizio che si ripete, di continuo, e che proprio nel suo ripetersi trova un senso.

Sono successe tante cose in questi mesi. Le corse, i brindisi, le cene a tu per tu e le lunghe tavolate in famiglia, l’ebbrezza di una grigliata sul terrazzo, in piena solitudine, la città silenziosa e assonnata e solo tanto verde attorno a noi. La pioggia e il freddo e il caldo e il cambio stagione, i piccoli viaggi, i matrimoni altrui, le malinconie, i momenti da passare sdraiati sul letto, rannicchiati, come da piccoli, quando sembrava che il mondo fosse troppo più grande di noi. Però arriva quell’abbraccio - e due corpi se ne stanno rannicchiati allo stesso modo, stretti, e quel mondo che sembrava più grande di noi svanisce: ritorna la sensazione di grembo materno e la consapevolezza che, fuori di noi, nulla esiste. E poi basta poco, una minestra sul fuoco, i cornetti appena sfornati, un balcone fiorito a chiudere il nostro scrigno. 

E, ogni giorno, ricomincia un nuovo giorno.