sabato 21 aprile 2018

Leggere con una mano sola: Con i tuoi occhi di Lorenza Ghinelli

Continua la magica esperienza della lettura con una mano sola. 
E non sono ironica.
È magica perché, allo stesso tempo, dai nutrimento ad una creatura e disponi di una biblioteca all’interno di un microscopico schermo. Tutto in un gesto. Una sorta di zip dell’umanità.

La scorsa volta ho dimenticato di dire che la libreria Kindle di cui sono in possesso non è stata composta da me. Il Kindle è di famiglia, ma, soprattutto, è stato un regalo. Ergo, i libri che si trovano al loro interno, per me, sono una sorpresa. Il che mi stimola molto: mi piace andare così, a senso, a istinto, con dei titoli di cui vedo solo la copertina in bianco e nero.

I titoli che sono in mio possesso, pertanto, non sono per me una scelta oculata, ma un tuffarsi a caso nelle cose, con l’effetto serendipità che mi può portare a scovare il capolavoro e impantanarmi nella ciofeca. 
L’importante però, come diceva Mina, è finire. 

E finisco i libri anche se trovo le storie troppo altro da me. Anche se ne indovino il finale alla seconda pagina. Non è stato il caso di Morozzi, il disgusto del cui libro, sono sicura, era voluto dall’autore e di cui comunque non avrei mai potuto indovinare il finale. 

Mi sono imbattuta però nel libro Con i tuoi occhi di Lorenza Ghinelli, che non saprei ascrivere né al capolavoro, né alla ciofeca. Intendiamoci: non direi mai che un’opera è una schifezza. Perché l’autore che l’ha creata ci ha messo impegno e soprattutto ha trasposto in essa il proprio mondo personale: e non mi sognerei mai e poi mai di dare della schifezza al mondo personale di un essere umano. Potrei dire, però, che non con tutti i mondi sommersi e personali altrui io mi trovi in sintonia. Nonostante questo, vado fino in fondo nella lettura perché abbracciare qualcosa di diverso da me è molto stimolante, anche nelle divergenze, anche se mi porta a dire Mai veri scritto.
Lorenza Ghinelli ha questo immenso pregio di raccontare in modo risucchiante. Ti trovi dentro a un imbuto. A un vortice. A una spirale. Mettetela come vi pare. State lì a leggere pagine e pagine di storie e elucubrazioni mentali sul nulla della vita di persone qualunque e tu non puoi smettere di leggere. Ti ritrovi rapito nella descrizione dei pescatori e della tonnara di Favignana. O nelle vite al limite di Rimini e della periferia bolognese. Nel risucchiarti in questo mondo, spesso, però, utilizza un linguaggio pieno di metafore che, se sanno creare immagini che sono lame e subito ti restituiscono il senso della cosa, dall’altro lato, a volte, risultano un po' pesanti. 
E poi mi sono ritrovata, ancora una volta, in una storia che per molti versi mi ha disturbata, forse perché ho trovato estremo fino al parossismo questo continuo parlare di sesso nelle vite dei personaggi. Riconosco che è un mio limite: il romanzo racconta della scoperta di sé attraverso la scoperta del proprio corpo, ma in questo periodo la mia mente è sicuramente deviata dalla recente maternità e guardo tutto con gli occhi della madre rompicoglioni. 
Non potrei tollerare che la mia piccola peste possa crescere e vivere così - anche se lo farà, spero con molti meno tormenti - ma al momento, credo, i miei occhi e la mia mente sono pronti solo per contemplare una qualche Madonna col Bambino di epoca medievale. 

Che recensione, wow. 

Però. Ecco. Il punto è che leggiamo i libri e li comprendiamo in base al periodo che viviamo. Idem per i film. E magari, tra qualche anno, potrei leggere lo stesso libro e trovare altro. Lo avessi letto quindici anni fa lo avrei trovato il libro della vita. 
Forse è per questo che non torno a leggere certi romanzi che negli anni passati hanno rappresentato pietre miliari per me. Ho paura che mi deludano. 
Solo un romanzo ho letto per quattro volte in quattro periodi diversi della mia vita è l’ho trovato sempre geniale e appassionante. 
È Cime Tempestose.

Quando si dice un Capolavoro. 

venerdì 30 marzo 2018

Leggere con una mano sola: Radiomorte di Gianluca Morozzi



Leggere con una mano sola: quando nutri un neonato per almeno dieci ore al giorno, devi trovare un diversivo. Che non può essere solo guardare la TV. Insomma: ti piace leggere. Ad un certo punto Netflix ti non basta più. Spesso è difficile far coincidere una poppata con una puntata da serie tv o, peggio, con un film (film? Questi sconosciuti...). A volte ti serve il silenzio. O, a volte, serve estraniarsi un po’ dal mondo. Leggere è la soluzione ideale. Ma provate a leggere con un libro cartaceo in mano e a tenere contemporaneamente in braccio una peste di quattro chili che vuole mangiare, dormire e giocare.
Ebbene. 
Tutto questo odio nei confronti del libro digitale io mica lo capisco.
Perché con il Kindle mi si era già rivoluzionata la vita prima - portarsi mille libri in viaggio per treni e metro. Figuriamoci ora che la mano con cui gestire il resto della vita è soltanto una.
Leggere con una mano sola si può: grazie Kindle. Anzi: si può leggere anche senza mani, basta un dito, basta poggiare accanto a sé il dispositivo e, terminata di leggere la pagina, sfiorare lo schermo con il polpastrello per passare a quella successiva. Grazie ancora, lettura digitale. 

Passato un periodo in cui non riuscivo a pensare ad altro se non alla peste, ho ricominciato a coltivare qualche micro interesse. La lettura, appunto. E ho ricominciato con un libro breve e in grado di catturare l’attenzione a livelli spasmodici, anche se forse non è proprio il libro più indicato per riprendere l’hobby della lettura in pieno puerperio. 

Si tratta di Radiomorte di Gianluca Morozzi, edito da Guanda. Una famiglia perfettissima, i Colla, ha costruito sulla suddetta perfezione un business altrettanto perfetto, pubblicando libri motivazionali sulla famiglia stucchevolmente felice. I Colla vengono invitati a partecipare ad un’intervista presso una radio sconosciuta, fuori dal mondo. In breve, i quattro componenti si troveranno chiusi a chiave nella stanzetta da cui stanno trasmettendo le loro parole patinate e apparentemente perfette: potranno uscire solo se sacrificheranno - decretandone la morte - uno di loro.
Verranno fuori segreti terribili e altre atrocità che solo un libro pieno di colpi di scena può regalare: un survival horror in piena regola, se di horror si può parlare - ma, vi assicuro, pur non essendoci zombie, vampiri, fantasmi e altre temibili creature soprannaturali, il senso che si sviluppa è proprio quello dell’horror. Anche perché i segreti nascosti dietro le famiglie apparentemente felici sono davvero orrorifici.

Ma, come dicevo, non è stato forse il libro più adatto al periodo che sto vivendo. In un altro momento sarei letteralmente impazzita per un romanzo del genere. Ora, invece, ho provato smarrimento e un disturbo molto vicino alla nausea, più che il piacere della lettura (e per una lettura così avvincente, che tanto mi ha ricordato il mio adorato Palahniuk). Insomma: neonati, scelte, mostri, violenze di ogni genere. La storia mi ha messo addosso un disagio notevole; è come se smuovesse quel lato indicibile che tutti noi abbiamo quando coltiviamo la speranza di una famiglia perfetta: basta un minimo di irrazionalità per cedere alle lusinghe di ogni male. E soprattutto, spesso, desideriamo essere quello che non siamo, mostrando agli altri con ostentazione un lato buono, pur essendo realmente tutto ciò che di brutto, sporco e cattivo l'essere umano sa produrre. 


È ovvio, però, che ho trovato Radiomorte estremamente terapeutico: a leggere di una famiglia conciata così, ecco, ci si sente migliori. Grazie, Morozzi: l’effetto catarsi è avvenuto. E, pur disgustandomi, mi hai fatto sentire - davvero - una persona migliore. 

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Foto scattata da me. L'immagine nell'immagine: Otto Dix, Assalto con le maschere antigas, 1924



sabato 24 marzo 2018

Date importanti: 24 marzo, d.u.m.



Da sempre adoro giocare con le date. Guardarle sul calendario e ricordare quello che stavo facendo alla stessa data esattamente un anno prima. O due anni prima. O dieci.
Da circa undici mesi a questa parte, il 24 marzo è diventato un mantra: tutti mi hanno chiesto questa data. Ginecologo. Ufficio del personale. INPS. Medico della ASL. È quella che su tutti i documenti ufficiali figura come DUM. Solo che io, il 24 marzo duemiladiciassette, mica lo sapevo che era la mia DUM. Quel giorno sapevo soltanto che, rientrando dal lavoro e dal pendolarismo, avrei trovato l’idraulico a sistemare il termosifone del salotto. Sapevo che mentre mi chiedeva di accendere i riscaldamenti e di aprire l’acqua calda, in me montava pian piano un dolore e un disagio sempre più insopportabili. E niente.
Che quel ventiquattro marzo sarebbe stata la mia DUM lo avrei saputo un mese più tardi circa. Per me, oggi, è una data da ricordare: esattamente un anno dall’inizio dell’avventura con la piccola peste. 
Ho iniziato a giocare con le date. Per caso.
E per caso ho scoperto che il ventiquattro marzo duemilasedici, un anno prima, due anni fa da adesso, io ho compilato e inviato al ministero dell’istruzione la domanda per partecipare all’ennesima selezione. L’orale di quel concorso lo avrei espletato il diciannove luglio duemilasedici: e, sorpresa, il diciannove luglio duemiladiciassette me ne sarei stata in fila assieme ad altre donne gravide per espletare non un orale concorsuale ma l’esame prenatale più importante. Date che si rincorrono e che si sovrappongono quasi fosse il destino a ordinarle. E se anche non ci fosse un destino - o un dio - questa sovrapposizione di date negli anni mi fa riflettere su ciò verso cui è opportuno agire con leggerezza e su ciò che, invece, è davvero importante nella vita. 
Inutile dire che da un anno all’altro ho iniziato a guardare le cose con una prospettiva diversa. I pianti e gli attacchi d’ansia che mi sono fatta venire per costruire una lezione con relativo PowerPoint in meno di ventiquattro ore, dalle 9 del mattino alle 3 del mattino dopo sono diventati un’esagerazione, se non un’inutilità totale, di fronte all’esame che ho dovuto fare l’anno successivo per la mia creaturina.

I figli ti insegnano sempre qualcosa. E la prima cosa che la mia peste mi ha insegnato è dare il giusto peso alle cose. D’ora in poi, questo significherà per me il 24 marzo. 


Immagine: Gustav Klimt, Fregio di Palazzo Stoclet - L'Attesa, L'Albero della Vita, L'Abbraccio, Bruxelles, 1905-1909

mercoledì 21 marzo 2018

Il mio giardino di marzo


Il mio giardino di marzo, quest’anno, ha un unico fiore. Un bocciolo nell’atto di sbocciare, piccolo, tenerissimo, dai colori chiari e accesi. È un fiore d’inverno, nato al solstizio d’inverno, e che ha vissuto la sua prima stagione. Si affaccia alla seconda, una primavera piena di sole che l’aiuterà a crescere e a colorarsi sempre più intensamente.

mercoledì 28 febbraio 2018

La maternità è una cosa semplice - parte terza


Maternità significa anche Paternità.
Non ci sono figli biologici senza due esseri umani. Che purtroppo non hanno lo stesso ruolo in gravidanza. Spesso ci siamo chiesti perché noi uomini non coviamo in egual misura un uovo gigante, magari messo al caldo nell’armadio o davanti alla finestra. 
E, quindi, siamo costretti a ragionare per differenze.

IL PAPÀ

Il papà non è la mamma. Purtroppo, a malincuore, dobbiamo affermare che il genitore maschio ha un ruolo marginalissimo, perché non cova l’esserino. Fino a qualche decennio fa i papà agivano con tutto il disinteresse possibile nei confronti della gravidanza. Oggi, per fortuna, c’è una partecipazione non indifferente. Non tutti partecipano allo stesso modo. Occorre che vi sia una certa indole, un certo carattere, una certa sensibilità. 
Il mio Due - o il mio Uno - ha vissuto l’attesa della paternità quasi fosse egli stesso la madre incinta. A volte con un’apprensione che nemmeno apparteneva a me, che ero la diretta interessata. Forse, noi donne, dovendo portare avanti la gravidanza, siamo programmate per arrivare solo fino ad una certa dose di preoccupazione e ansia. Per questo, anche nei casi in cui sarei andata nel panico se non fossi stata incinta, ho mantenuto un certo controllo. 
Lui no. Lui ha preso tutte le preoccupazioni materne e paterne su di sé. Ha tentato di controllarle con lo studio e l’informazione, girando a destra e a sinistra per medici, ostetriche, libri e sciamani. Si è caricato addosso l’impressione del dolore che avrei provato, ha trattenuto il respiro alle ecografie, ha retto alle analisi del sangue… insomma. Ha fatto la mamma. 
Chapeau.
Del resto, credo, non è affatto facile essere papà. Nel senso: non è facile nemmeno essere mamme, ma le mamme hanno il vantaggio di portarsi dentro l’esserino sin dall’inizio, con esso creano subito un legame indissolubile, viscerale. Non è scontato per un papà creare quel legame carnale con il figlio, pur toccando la pancia e, spesso, specie nei primissimi mesi di gravidanza, non sentendo nulla. È pur vero che la paternità è costellata di elementi che le mamme, così attente a sopravvivere alle nausee, al mal di schiena e all’insonnia, non possono godersi. 
Il papà, in poche parole, va in brodo di giuggiole. Immagina il nascituro, lo immagina già vestito, magari con i boccoli, con un particolare colore d’occhi, lo immagina mentre assieme giocano alla PlayStation o mentre giocano a tombola. Lo immagina nel corso di qualche vacanza o in una giornata al mare, al ristorante, a fare una scampagnata. 
Il papà, quello che vive la cosa con adeguata se non esacerbante partecipazione, è la parte creativa, immaginifica e, in fondo, leggera della coppia. 

E POI CI SEI TU: LA MAMMA

Esatto, poi ci sei tu. 
La gravidanza non è un idillio. Affatto. Perché in primis sei un corpo. Mai come durante i fatidici nove mesi, un essere umano femmina sente di essere un corpo.
Perché l’esserino occupa sempre più spazio nel tuo ventre e tu, col tuo ventre, devi proteggerlo. Non solo: devi proteggerlo con il tuo sangue, il tuo respiro, i tuoi liquidi.
Iniziamo con il minare qualche certezza. Noi donne siamo programmate per la maternità, ma è una programmazione con numerosi bug. Nulla scorre in modo naturale.
Se l’esserino è dentro di te, allora qualcosa che prima era naturalmente dentro di te, per fare spazio, per forza di cose dovrà uscire: che sia andare in bagno ottordicimila volte al giorno o buttar fuori dallo stomaco tutto quello che hai mangiato. A volte anche prima di averlo mangiato. Basta sentirne l’odore. 
Il sangue comincerà a pompare all’impazzata. Avrai il cuore a mille. Le gambe gonfie. Una sete infinita. E dopo tre passi ti sembrerà di aver corso una maratona di mille chilometri. 
Poi ci sono le analisi, infinite. Un tempo le gravidanze erano completamente al buio, quello che dovevi sapere lo sapevi due minuti dopo il parto. Ora con largo anticipo sai quanto pesa il tuo esserino e, con le immagini della morfologica, puoi già scrutare i lineamenti e giocare a capire a chi somiglia di più. Le analisi sono la fonte più copiosa di ansie e angosce notturne. Ma, dall’altra sponda della gravidanza, ci sono le tue sensazioni. Quando ti dicono che il tuo esserino è troppo piccolo e potrebbe avere qualche fatica in più degli altri a nascere, ti senti colpita, attaccata. Tuttavia, dentro di te, l’esserino fa il diavolo a quattro e sembra avere particolarmente fretta di uscire. E questo ti tranquillizza.

Sfatiamo qualche altro mito: il parto.
Il parto è il momento clou dei nove mesi della tua esistenza. Pensi solo a quello e, anche quando non ci pensi, il tuo subconscio ci pensa. Ti prepari. Ma non sai come sarà. Io ho sviluppato non paura, non apprensione, ma curiosità. Mossa dal motto “tanto da qualche parte dovrà pur uscire”, ero estremamente curiosa di sapere cosa e come sarebbe accaduto. 
Per essere sicura, però, non sapendo come avrei reagito a quello che viene definito il dolore più intenso che si possa provare, ho fatto la visita per l’anestesia peridurale. Poiché ho la fobia degli aghi e poiché l’anestesista mi aveva palpato alla base della schiena, luogo particolarmente impressionabile per me, mi sono data un limite. Nel momento in cui il dolore mi farà uscire fuori di testa, chiederò l’epidurale. Che, all’incirca, può essere fatta entro i sette centimetri di dilatazione. Oltre, non ha più molto senso. 
Il punto è che non sono riuscita ad andare fuori di testa: come diceva il ginecologo, il dolore del travaglio è uno dei più produttivi che esista. Sentire quel dolore ti aiuta a partorire. 
Sono entrata in sala parto a trentotto settimane, con una situazione simile a quella di un secondo figlio da sfornare, strada ben spianata, anche se di figlio per me questo è il primo. 
Due giorni prima avevo chiesto al medico se esistesse una genetica dei parti precipitosi: da mia nonna a mia madre, passando per mia zia, tutti i parti di famiglia sulla linea materna sono stati veloci, in alcuni casi velocissimi, senza avvisaglie, e tutti prima delle 40 settimane. Il ginecologo mi risponde forse un po’ alterato che no, non c’è uno studio su questa roba, che forse ci sarà tra duecento anni o forse mai. 
Entro in sala parto con un dolore sciocco. Mio marito con me - forse lui prova più dolore di me. Mangio, rido, scherzo, insieme balliamo. Passeggiamo: scruto a fondo i corridoi della sala parto, guardo l’albero della vita appeso al muro, dai cui rami pendono le foto dei ginecologi e delle ostetriche. La musica in filodiffusione ritma le mie passeggiate. Dalle altre sale travaglio socchiuse le altre partorienti con ago cannula opportunamente inserito sono piegate in due e soffrono, boccheggiano, urlicchiano. Sono lì da prima di me e io soffro per loro, perché, penso, tutto questo tempo a soffrire così, no, proprio no. La musica in filodiffusione serve a coprire le urla? Chiedo all’ostetrica, che ride. Dalla musica in filodiffusione esce Bruno Mars, che si impossessa di me - e inizio a cantare, con tanto di risate da lacrime di mio marito. Pseudo-travaglio sciocco: il monitoraggio segna alla voce “toco” un centopercento che dovrebbe farmi svenire, ma io canto Bruno Mars. 
Si presenta in borghese il mio ginecologo. Ondeggia mani in tasca sulle scarpe da ginnastica e mi guarda. Esordisce con una delle sue solite frasi da cult: “Lo so che ci odi perché siamo uomini e non partoriamo”. Rispondo che non odio nessuno, siamo solo programmati diversamente. O forse non lo dico. O forse nel rifarmi il film del mio parto penso che una risposta del genere sarebbe in una sceneggiatura da Oscar, con i tempi giusti. Odio molto di più il ginecologo e mio marito quando mi costringono sulla palla medica e loro due amabilmente a parlare di Netflix, Sky, Gomorra e Suburra. Di film, serie tv e altre amenità che, confrontate con un travaglio, ecco, sì, stimolano l’odio nei confronti del mondo maschile. Il medico se ne va, non prima di avermi lasciato altre due o tre perle delle sue: “il dolore sarà più intenso”, “secondo me ce la fai senza anestesia”, “per la nottata forse ce la fai” e, soprattutto, un “non farmi fare brutta figura”. 

Ehi. Ma per chi mi avete preso. Io, io che sono sempre stata la tonta, la goffa, la taciturna, la troppo pensierosa, lo yeti di cui tutti avete avuto forse un’ingiustificata paura - un nervo scoperto, sì, forse sin troppo sensibile, emotiva, rabbiosa e, a volte, così asociale da risultare ingiustamente stronza. Nonostante questo so di aver costruito qualcosa nella mia vita, un amore, una casa, una famiglia, un lavoro, una personalità. In barba a tutti quelli che mi hanno presa solo per una tonta, goffa, taciturna e poco interessante persona.
Io non farò fare brutta figura a nessuno: perché per prima cosa non farò brutta figura con me. Come ho sempre fatto. 

Insomma, gente, per farla breve. Come per ogni parto, non c’è nulla di prevedibile.
Le contrazioni all’improvviso spariscono, niente dolori, nulla che possa essere monitorato. L’ostetrica mi vuole rimandare in camera. Se ne riparla domattina. Domattina? Inizio a scocciarmi. Saluta i tuoi. Ma anche no, penso. Mi sale un’impazienza che non mi appartiene. Perché sono sempre stata molto, troppo lenta e pensierosa nelle cose. E ora invece ho fretta. 
Saluta i tuoi, falli tornare domani, mi dicono di nuovo in coro ostetrica e ginecologa. 
No, cavolo. No. L’impazienza si impossessa di me, ma non è mia. È di qualcun altro. So di chi è. È dell’esserino dentro di me. Che nel giro di quindici minuti ribalta la situazione: e non c’è scienza che tenga. Per farla ancora più breve, gente: passo dal nulla al dolore dell’espulsione. In un modo così improvviso e precipitoso che nessuno in sala parto vuole credermi. Allora urlo. FATEMI QUALCOSA! 
Ma c’è poco da fare. L’esserino impaziente mi dice di spingere. E in dieci minuti è fuori. Così. 
È stato tutto talmente veloce che mio marito non ha avuto tempo di impressionarsi o capire o mettere addosso la teletta verde. Si improvvisa ginecologo, ostetrico, infermiere e mi aiuta a far uscire in due-minuti-due l’esserino. 
Che sbraccia come se dovesse vincere la finale olimpica dei cinquanta farfalla. 
L’unica trentenne al mondo che nel duemiladiciassette partorisce senza peridurale.

Nessuno ci capisce granché. 
Alla fine anche il mio parto è stato precipitoso come quello di mia nonna, mia zia, mia madre. Caro medico, io credo che una genetica ci sia. Eccome. 

Penso, in definitiva, che la maternità sia davvero una cosa semplice: purché possa essere solo mamma-pancia-papà. La maternità diventa la cosa più difficile del mondo perché intorno c’è tanta, troppa gente, troppo chiacchiericcio, troppe analisi, troppi numeri e, soprattutto, troppi numeri che tentano di inserirti in una media, dimenticando che ogni essere umano è unico e procede per quel che è, non per quello che sono gli altri. Senza dubbio la gravidanza e il post-parto sono costellati di bug non perfezionabili: per essere una cosa naturale, ci sono troppe cose difficili. Ma evidentemente naturale significa dolore. Il dolore non sempre è in negativo, ci sono anche dolori positivi. Credo che i dolori positivi, nel caos dell’esistenza umana, siano essenzialmente due: il dolore che viene sublimato nell’arte. E il dolore che viene sublimato nella vita - nel dare la vita.


E, adesso, viene davvero il difficile: essere in grado di prendere per mano l’esserino e di accompagnare la sua vita sui sentieri più giusti, più responsabili, rendendo onore al regalo che abbiamo ricevuto: ora e per sempre.