venerdì 30 settembre 2016

Scoprirsi e riconoscersi

UnoeDueVision



Avere il cielo in testa: letteralmente. 
E, col cielo, viaggiano le nuvole. Avere anche le nuvole in testa: davvero.
Il caso ha voluto che scattassimo una foto così indicativa, loquace e, allo stesso tempo, sibillina: l'Arcano della Luna, una sagoma sottile che ci mostra l'interno - o l'interiorità - di questa figura femminile. 
Il cielo e le nuvole. Non possono non andare di pari passo. L'uno esalta le altre - e viceversa. Non sarebbe cielo senza quel tocco di pennello bianco che ci mostra le nuvole ed esalta il manto azzurro. Non godremmo della bellezza del cielo, se le nuvole non sparissero. 
Il cielo in testa significa tutto. Avere l'infinito dentro. Quando hai l'infinito dentro, volente o nolente, hai anche le nuvole. Le nuvole possono diradarsi o possono diventare mostri. 
I mostri non sono solo cattivi: dentro l'infinito puoi scovare anche mostri buoni, simboli, elementi del proprio essere che assumono il significato negativo della terribile esperienza che ci ha segnato e, al contempo, assumono il significato positivo della forza attraverso cui abbiamo superato le difficoltà. 
Ci siamo trovati di fronte alla grandezza - in tutti i sensi - di Niki de Saint Phalle. In un posto di provincia, nascosto, lontano da sguardi indiscreti - e, forse, anche troppo esposto: un luogo che si apre solo per le menti più attente, più silenziose e più inclini a scoprire se stesse. Niki si ispira ai tarocchi e dai tarocchi ricava linfa per un'opera d'arte totale, che abbraccia la sua vita e la nostra vita in un tripudio di architettura, scultura, pittura, mosaico, poesia. Ci siamo trovati - ancora una volta - a piangere di fronte alla bellezza. Perché non si piange solo per le cose tristi: si piange anche come reazione di fronte a chi, inaspettatamente e con grande maestria, ti scava a fondo - e ti riconosce. 

Ogni viaggio è sempre un viaggio alla scoperta di qualcosa. Ogni viaggio è sempre un tassello che compone il nostro personalissimo puzzle. Così, ci commuoviamo: proviamo sentimenti ed emozioni per quel determinato luogo, ci sentiamo parte di esso. 
Ci siamo commossi la sera prima, di fronte a un’estasi quasi bacchica, per il più grande omaggio che al cinghiale si possa fare. Qui: tutto ciò che avevamo intorno ci ha permesso di riconoscere memorie della nostra infanzia, memorie tattili più che mentali, che odorano della cucina della nonna, in un inverno freddo e fatto di soporiferi discorsi domenicali, mentre tu, preso dal tuo gioco nuovo, aspetti solo quell'urlo: A tavola! 
La notte e la mattina dopo ci siamo commossi per una delle accoglienze d'hotel più calde e morbide dei nostri viaggi. Un micetto rosso inseguiva indisturbato un insetto, tra i commensali divertirti e una tavola da colazione imbandita - buonissima - come se fosse domenica sempre: di quelle colazioni che ti fanno dimenticare lo scandire tutto umano del tempo. 
Prima di arrivare al giardino di Niki, una passeggiata nel silenzio totale e leggero di uno dei borghi più piccoli e più teneri mai visti, fiori e profumi e panni stesi con pudore, tra stradine strette che ispirano solo l'abbraccio. 
Ogni luogo, se sai vederlo, ti riconosce: e ti svela un pezzetto di ciò che sei.

In questo girovagare tra l'arte del cibo, l'arte dei borghi e l'arte dell'ospitalità, Niki è stata scoperta solo alla fine. Ed è stato giusto che fosse così, come una specie di spirale magica verso la catarsi. 
Niki ci appare silenziosa, metodica, fragile: e ho imparato che chi è fragile, metodico e silenzioso sa fare grandi cose. Letteralmente. 
Il giardino di Niki si deve esplorare, sì. Ma si deve anche ascoltare. E sentire attraverso la pelle.
Ti devi lasciare andare. Devi poterti specchiare nei mosaici di vetro e vedere la tua immagine scomposta e frantumata: e non averne paura. Ognuno di quei pezzetti, piccoli o grandi che siano, è una parte di te. Devi scrutarli a fondo, capire a cosa alludono, dare ad essi la giusta importanza, esaltarli o ridurli. Niki crea statue-architetture enormi, eppure quella che dovrebbe essere la più grande è una delle più piccole: la Forza. La Forza è solo un mezzo: grandi, invece, sono gli elementi che davvero hanno saputo svilupparsi in Niki - o in noi - grazie alla Forza (posta, quasi nascosta, proprio all'inizio del percorso): la Papessa, l'Imperatrice, la Giustizia, l'Imperatore, la Torre. Come a dire: tutti abbiamo la forza di fare le cose, ma ciò che è evidente è il risultato finale, il modo in cui poniamo e vediamo le cose nella nostra vita dopo averle affrontate. 



I giganti arcani di Niki si nascondono anche sotto i nostri passi. Occorre anche guardare a terra per apprezzare il valore dell'artista, che affida alla pietra incisa alcuni dei suoi pensieri per me più toccanti. Lei sa: l'artista, il poeta, il filosofo vanno a caccia del significato dell'esistenza. Se la vita fosse un gioco di carte, sarebbe un gioco senza regole, regole che dovremo scoprire noi, piano piano, e che mai potremo conoscere a fondo. Sembra una frase tirata lì, quasi tautologica, ma è la frase minuscola che, più delle altre opere, ci ha messo sottosopra. La vita si presta a ogni metafora e ogni metafora calzerebbe per descrivere la vita. I tarocchi e i personaggi sviluppati da Niki appaiono così stratificati, in grado di darti un significato e anche il suo contrario. 
A volte, di fronte a opere come il Giardino dei Tarocchi ho la sensazione di trovarmi di fronte al mare: calmo in superficie, ma denso, oscuro, imperscrutabile, agitato sul fondo. Qualcosa per cui indossare bombole e boccaglio e cominciare a esplorare in modo scientifico, con la consapevolezza di poter cadere nel baratro, di farsi male, di rimanere impigliati nell'insidia di turno o di dover risalire in superficie, senza aver concluso l'esplorazione, perché l'ossigeno è finito. 



Ho provato la stessa cosa nell'attrazione forse più interessante e più leggera per la maggior parte della gente: L'Imperatrice, che fu anche la casa di vetro e ceramica dell'artista. Siamo entrati nella pancia della figura femminile a guardia del giardino come una Sfinge e lì e solo lì abbiamo trovato il cantuccio di Niki. Un luogo tondeggiante, caldo e freddo, accogliente e tagliente, in cui l'immagine dell'artista deve essersi rifratta in mille altre immagini. La guardia del parco è anche l'utero di Niki a cui Niki ritorna, piccola, enorme, fragile ma fortissima per ritrovare se stessa e anche più: in un girotondo di immagini infinito e pericoloso. Ecco: è come stare in fondo al mare, calmo e insidioso, caldo e turbolento.
Non manca l'amore. Perché l'arte è essenzialmente amore. E se sotto al mare non trovi una mano da stringere mentre sei nel buio più buio, allora meglio non avventurarsi. Ma se in quel buio trovi una mano da stringere, nel buio sai vedere anche la luce: potere demiurgico degli artisti e degli amanti. L'amore sono le sculture del compagno di Niki, Jean Tinguely, che picchettano stonate e sbilenche il giardino. Piccole ferraglie a cui il gesto artistico ha permesso di vivere una seconda vita. Il segreto sacrale e sospeso di questo giardino è qui: che sia la gigantessa di Niki o il corpo impossibile di un ferro dotato di vita nuova, tutto in questo giardino sa di rinascita. 
Si può morire e nascere molte volte nel corso della vita e ad ogni passo fatto si pone una pietra a ricordare la caduta e la risalita. Ogni passo fatto è un arcano e il solo fatto che quell'arcano sia lì a troneggiare significa aver vinto. L'arte è anche questo, ritualità, sacralità: poter osservare la Venere di Willendorf e capire che la pietra calcarea può vincere sul tempo, osservare il Giudizio di Michelangelo e capire che l'uomo, a volte, sopravvive a Dio, osservare un arcano di Niki e capire di avercela fatta. Avercela fatta con i colori, con il sorriso, con la gioia. 
Nonostante tutto. 

Avere le nuvole in  testa: impossibile non averle, non avere paura di possederle, divertirsi a sgomberarle per poi godersi il cielo. 


Catalogo consultato: Lucia Pesapane, César Garcon, Niki de Saint Phalle, Ulmer, Paris, 2014

Foto scattate e di proprietà dell'autrice del blog.

mercoledì 31 agosto 2016

L'inaspettato e l'indifferenza

UnoeDue Slice of Life

L’inaspettato è ciò che più le mette ansia. Le si blocca il respiro, le si mozza il pensiero: è in grado di star male per giorni - e quando non sta male ha solo messo da parte, in un piccolo scrigno della sua testa, ciò che la atterrisce. A volte non ha nemmeno un oggetto da temere: è solo il tarlo del pendolo, dell’accadere, dell’esistere. Eppure, quando accade, l’inaspettato non è mai aspettato, non puoi mai dire Ecco te l’avevo detto, Ecco è successo: quando accade, l’inaspettato è sempre nuovo.

Ci siamo svegliati in mezzo al letto, saltellanti, in movimento senza volerlo, talmente in movimento che ci siamo cercati le mani e non siamo riusciti a stringercele. È stato ancora più inaspettato e brutale perché la luce era spenta, perché era notte piena, perché le pareti della camera da letto sembravano ondeggiare, stringersi e allargarsi, come dentro a un muscolo - e noi lì a guardare, impotenti, incoscienti, senza poter capire nulla, senza poter pensare nulla. Un film horror, penso io, C’è un fantasma in casa, pensa lei - Stiamo entrando in un’altra dimensione, pensiamo all’unisono, carichi come siamo di mille film e mille storie.
Ma quando tutto si ferma e il rumore lunghissimo e assordante cessa e rimane un silenzio da vuoto d’aria - be’. Sale la paura. È banale dirlo, ma è solo Paura. Perché quando qualcosa è accaduto ed è diventato conosciuto, allora hai paura che accada di nuovo e a quel punto eccola, eccola lì: l’ansia dell’inaspettato.
Una felpa in mano, un peluche, è estate ma fa freddo - stanotte fa freddo. Lei trema, Mi gira la testa, ho la nausea, dice con la voce impastata dal sonno, con i denti che tremano. Io mi metto sotto la porta, continua, come se fosse sonnambula. E io: Ma ora a che serve?
A nulla, mi rispondo, serve a nulla, è solo un modo per dire che t’aspetti l’inaspettato.
E, quindi, facciamo qualcosa: giriamo per la casa, alla ricerca di crepe - e niente crepe, per fortuna. Dovremmo uscire, guardare cosa accade intorno, ma l’incoscienza ci fa stringere nel letto, sotto le coperte, gli occhiali infilati, il cellulare in mano, la luce accesa, ci guardiamo intorno, come se il fantasma potesse tornare. Perché, quando ti sembra che il mondo sia instabile e pericoloso, solo stare vicini e diventare una stretta di carne nella propria casa, nei propri spazi, sembra essere l'unica protezione. E quando stiamo per addormentarci - una dichiarazione d’amore scambiata, piena di paura, guardandoci negli occhi - ecco che il letto ci dondola di nuovo e ci alziamo e, di nuovo, non sappiamo che fare.
Accendo il telefono. Controlliamo se ci sono notizie dell’ultim’ora. Lei trema, ancora. In fondo, avere paura è un sistema di difesa. L’ansia è un sistema di difesa. Pare che pensare per forza a qualcosa che potrebbe accadere, ti dia l’illusione di controllarla, quella cosa: stai sul chi va là e, in definitiva, ti senti forse più tranquillo nel perpetuare uno schema che ha tutta l’aria di un mantra magico.
La lascio al suo respiro corto, al peluche stretto, agli occhi sbarrati. Mi rivolgo al mio telefono, al web - e quello che leggo sul web, in piena notte, quando il mondo non esiste e tu dovresti ritirarti, ecco, quello che leggo sul web è davvero l’inaspettato. Quello che ti fa tuffare il cuore in un mare di Non è possibile.

E la mente torna indietro. A due anni fa. Esattamente due anni fa.
Perché, a volte, l’inaspettato può avere un sapore dolce - o un sapore salato, può avere il sapore degli spaghetti trafilati in bronzo, di pomodoro e guanciale, di pepe, di carne di pecora arrostita attorno a lunghi stecchini di legno - e che goduria ungersi la faccia come bambini per tirare via un boccone. Che goduria vivere un pranzo che è lo spazio in cui entrano tutti i sentimenti più rassicuranti della tua vita.
L'inaspettato può avere il sapore di gente legata alla Terra e che dalla terra ricava talmente tante ricchezze da produrre Cultura: quella cultura che lega l'oggi direttamente all'antico, all'ancestrale. Il modo di parlare e di ornare una finestra, di dirti Grazie e Buongiorno, di sorridere, il modo di essere colpiti dal sole - quel sole che solo lì è così - ci riportano ad un mondo che le grandi metropoli dimenticano, là dove tutti vivono veloci, impazziti, alle prese con appartamenti minimal e piatti minimal e vite minimal, tutte internazionali e tutte uguali, in cui si dimentica cosa c'è di radicato tra te e la Terra. Quel cordone ombelicale tra te e un luogo. Un sentimento che possono capire solo le persone che, volenti o nolenti, il proprio luogo hanno dovuto lasciarlo. Un cordone ombelicale che non andrebbe mai spezzato, nemmeno dagli eventi, nemmeno da ciò che è più grande di noi.

Penso, ancora. Ricordo.

L’inaspettato, a volte, ha il sapore di un lungo on the road tra paesini, boschi e montagne: e, mentre guidi abbandonando le autostrade, ti concentri sulle stradine e le stradette a picco sul verde, incuneate tra case di antichi massi e piccole chiese di paese che emanano carità e misericordia e vita monastica rude e semplice - come la pietra non levigata.
L’inaspettato sa di cartelli stradali blu e marroni. E lei dice: Al ritorno fermiamoci qui!
Ci ripenso. Due anni fa. Avevamo già deciso che ci saremmo sposati. Avevamo pianificato mese per mese tutto. Avevamo solo il timore di tutto l’inaspettato e il non calcolato che da lì al matrimonio sarebbe potuto accadere. C’eravamo dati un obiettivo e non vivevamo che per quello - e il percorso come sarebbe stato?
Le comunico, piano, quello che è successo, del disastro, di luoghi che non ci sono più. Inizia a piangere. L’inaspettato che ci ha svegliati è stato un inaspettato angosciante, per noi terribilmente fortunato. Ma per altri no. E quegli altri non così fortunati, ecco, erano stati lo scenario di uno degli inaspettati più belli della nostra vita.

Lo ricordo, quel parcheggio fortuito, trovato all'ultimo secondo, tanto affollato era il paese. Lo ricordo, il parco pieno di bimbi e nonne e un caldo infernale - ma a noi cosa importa del caldo, stiamo per avventurarci in una delle mangiate più estreme della nostra vita, di quelle in cui le calorie bastano per i prossimi cinque giorni, per i prossimi cinque paesi.
Lo ricordo, il corso principale, pieno di fiori e voci e profumi e noi una fame terribile - e ancora troppo presto per entrare al ristorante. La ricordo - la botteguccia in cui abbiamo felicemente svuotato il portafogli, formaggi e miele e spaghetti e guanciale, in un tripudio di odori da cucina della nonna, di domenica, nel giorno più caldo e protetto della nostra infanzia.
E poi eccolo, un ricordo che è una risata, prima la cameriera, poi il padrone del ristorante che ci chiedono se siamo davvero sicuri di voler scegliere il menu completo: ma quello completo completo, dall’antipasto che è gia un pasto abbondante di per sé, passando per entrambe le versioni, bianca e rossa, della pasta, rotolando poi sazi e non paghi fino alla grigliata mista - e quell’arrosticino voluttuoso e sensuale adagiato sul piatto ovale, quasi fosse la modella per un nudo! - e infine le patate - le patate arrosto più buone del mondo - che sanno di quelle sere in cui hai - sorprendentemente, inaspettatamente - azzeccato la temperatura del forno e il dosaggio del sale, del pepe e del finocchietto e il risultato è un tripudio di dolce e salato e piccante ad un tempo. Una vittoria. E poi il dolce: e il padrone che scherza su quanto mangiamo e noi che saremmo anche pronti a ricominciare.
Ricordo un po’ meno la passeggiata del dopo pranzo, i fumi del cibo, una sorta di sonnambulismo da glicemia alle stelle - ma il fresco della chiesetta medievale che ci ritempra, quegli affreschi che ci dipingono gli occhi con la loro bellezza ancestrale, umana, colorata, portata alla vita da una mano esperta ed eterna. E il ricordo vivo di uno dei ricordi più belli che abbiamo insieme - io e lei.

Avremmo voglia di ricominciare a mangiare, sì. Di ricominciare a camminare, a guardare, a immaginare la vita altrui in un posto simile. Tanto che, diciamo, ci vogliamo tornare presto qui, a pranzare. Magari comprare un biglietto per la sagra, perché no? E alloggiare da qualche parte. E ritemprarci.
Vorremmo ricominciare, sì.
Ma forse per il momento non si può.
L’inaspettato di stanotte, oltre al ricordo dolce, ci regala il rimpianto per non essere tornati prima. Di aver perso un’occasione. Lei lo sa. Ha il cuore in gola. L’inaspettato - forse sin troppo aspettato, ma mai troppo pronto e troppo vero per essere reale - poche settimane fa, ha colorato il cielo con l'azzurro degli occhi di suo nonno, mentre lei era in uno dei momenti più leggeri della sua estate. Mentre aveva tanta birra e tanti carboidrati in corpo da poter festeggiare per mesi. E poi, niente. T’arrivano certe cose e tu stai lì. Preso in pieno e tramortito. Tramortito dall’indifferenza del tutto.

C’è chi, molto tempo fa, ha scritto che la Natura non è indifferente. Che, se cerchi bene, nella Natura troverai tutte le risposte e tutte le forme che l’uomo s’affanna a replicare nell’arte alla ricerca del Bello. La Natura ha già tutto. Le sinuosità, le rientranze, le sporgenze, le cornici, le simmetrie. La Natura non è indifferente al Bello. Noi dobbiamo solo trovarlo.
Ebbene, stanotte ho cambiato idea. Credo che la Natura sia tragicamente indifferente. A lei non interessa di noi. Di cosa abbiamo fatto, di cosa facciamo, di cosa faremo. Sì, l’uomo è artefice di tante di quelle brutture che non avrebbe alcun diritto di continuare ad appropriarsi della Terra - ma nemmeno questo alla Natura interessa. La Natura semplicemente segue il suo corso, si sveglia, si agita e si addormenta, a caso o con regolarità: senza alcuna pietà. Non c’è sentimento nella Natura, se non un movimento, costante, delle sue profondità e delle sue altezze.
Ma la Natura, ecco, la Natura dovrebbe ricordare che senza di noi lei non esisterebbe. Senza di noi, lei sarebbe un ammasso di cose senza nome. Lei è indifferente. Ma noi no. Noi non siamo indifferenti. La Natura non avrebbe alcun senso se non ci fosse il poeta a cantarla o l’artista a ritrarla o il contadino e il cuoco ad esaltarla. Senza di noi la Natura non esisterebbe. Non ci sarebbe nessuno a guardarla, ad ammirarla, non ci sarebbero quei soli occhi che nella Natura riconoscono il Bello - che, è questa la grande verità, è una creazione del giudizio umano. La bellezza non sta in una rupe o nel mare o nei rami di un albero: la bellezza è in noi che sappiamo trovarla. Del resto, senza spettatori lo spettacolo non va in scena. Senza Uomo non esisterebbe il Bello del Mondo, né il Mondo potrebbe vantare le bellezze che vanta.

Ce ne rimaniamo inermi. Lei piagnucola un altro po’, io mi tengo dentro un groppo che preme lo sterno - il rimandare, perché, sì, lo facciamo domani o dopodomani o l’anno prossimo, il non aver goduto di quello che ancora non sapevamo sarebbe stato l’ultimo sguardo su quel paese così come era, il non aver fatto qualche foto in più, perché ecco, meglio guardare che fotografare - e poi ci torniamo, no?
Sì, certo che ci torniamo. Mi dico. Certo che ci torneremo, le dico nell’orecchio con il respiro sicuro. Sono sicuro che lì torneremo e ci ritempreremo e guarderemo quanto può essere bello il mondo. Perché, a volte, aspettarsi la speranza, aspettarsi un inaspettato pieno di speranza, è il motore della vita umana: noi non siamo indifferenti a quello che abbiamo intorno. Noi non siamo indifferenti. Noi, la bellezza, la cerchiamo e la (ri)costruiamo.

sabato 30 luglio 2016

Il viaggio continua - UNO E DUE



Il cotto del terrazzo brilla feroce sotto il sole - sembra cambiar colore. Diventare più scuro. Come la minestra di fagioli che bolle sui fornelli. O come i cornetti che stanno lievitando in forno, abbrustolendosi, lanciando schegge impazzite di zucchero nell’aria di casa. 
Un caldo troppo caldo per accendere il forno, ma lei aveva voglia di impastare e affogare nella farina e nel burro quel po’ di malinconia che sale - e sale per forza - nelle giornate d’estate in cui le città si svuotano - e tu sei alle prese con i quasi mille scatti del giorno del tuo matrimonio. 
Coi passi misura le mattonelle e indugia sotto il sole del terrazzo dando importanza a quei dettagli che, sotto la luce di luglio, diventano fiamme incandescenti e abbacinanti. E io, sdraiato sul divano, il computer sulle gambe, esercito l’indice con un click alla volta - ritmico, lento, quasi annoiato: costretto a guardare con occhi esterni quello che io e lei abbiamo vissuto in soggettiva. In un turbinio che sembrava passato e assorbito dalla vita di tutti i giorni, ma che continua a destarci ogni tanto, a elettrizzarci, a darci scariche di adrenalina, nonostante l’inverno del matrimonio sia diventato estate.

Sfiora con pollice e indice la foglia appiccicosa di una petunia - la sento piagnucolare. I cornetti si bruciano - le ricordo - e lei si asciuga le lacrime e corre al suo adorato impasto. Sforna i cornetti, li annusa, le torna sul viso un sorriso radioso, musicale:  tocca un cornetto col coltello, il coltello fa crac, lei fa l’Evviva del bimbo sull’altalena. Lascia i cornetti sul tavolo, liberi di emanare il loro profumo e di mandarmi in pappa il cervello. Se na va di nuovo sul terrazzo. Inizia a potare il basilico e la salvia. Saltella. Improvvisamente non piagnucola più. Viene da me. Guarda lo schermo del computer dove scorre il nostro giorno. Fissa noi due vestiti in bianco e nero, un tramonto abbagliante, un’atmosfera da togliere il fiato. 
Mormora nel mio orecchio annoiato: Sono i primi cornetti da sposata. 
Non c’è bisogno che mi spieghi quello che ha appena detto. Avverto solo un senso di continuità. Comodo e necessario. Una sorta di ripetizione infinita di quel giorno in ogni giorno, in ogni istante della nostra vita dopo. Perché so che non le basterà più dire Sono i primi cornetti che faccio da sposata. Dirà anche: questi sono i secondi cornetti che faccio da sposata. E questi sono i primi cornetti al cioccolato che faccio da sposata. E questa è la millesima cena al ristorante che facciamo da marito e moglie. 
La sensazione che quel giorno non sia stato solo un giorno. Ma che quel giorno sia stato l’inizio. Sembra banale dirlo. Ma è molto più di un inizio. È un inizio che si ripete, di continuo, e che proprio nel suo ripetersi trova un senso.

Sono successe tante cose in questi mesi. Le corse, i brindisi, le cene a tu per tu e le lunghe tavolate in famiglia, l’ebbrezza di una grigliata sul terrazzo, in piena solitudine, la città silenziosa e assonnata e solo tanto verde attorno a noi. La pioggia e il freddo e il caldo e il cambio stagione, i piccoli viaggi, i matrimoni altrui, le malinconie, i momenti da passare sdraiati sul letto, rannicchiati, come da piccoli, quando sembrava che il mondo fosse troppo più grande di noi. Però arriva quell’abbraccio - e due corpi se ne stanno rannicchiati allo stesso modo, stretti, e quel mondo che sembrava più grande di noi svanisce: ritorna la sensazione di grembo materno e la consapevolezza che, fuori di noi, nulla esiste. E poi basta poco, una minestra sul fuoco, i cornetti appena sfornati, un balcone fiorito a chiudere il nostro scrigno. 

E, ogni giorno, ricomincia un nuovo giorno. 

giovedì 30 giugno 2016

Speciale - Il viaggio di UNO E DUE


È l’alba. Il rumore dell’acqua fruscia costante. Uno stambecco avanza veloce, si ferma all’improvviso, guarda indietro: c’è un altro stambecco, poco più piccolo - ma sempre in allerta. L’acqua fruga e scava e si impadronisce della terra, del cielo, delle nostre orecchie, del silenzio fra i picchi delle montagne. Eccolo. È lì. Il terzo stambecco. Un cucciolo. Avanza piano dietro la madre, la supera, si arresta un passo indietro al padre.
Il padre mi guarda. 
L’acqua si insinua nel sole. 
Io le stringo la mano. 
Il sole è assonnato. 
L’acqua fruscia. Dipinge la terra. È l’unico rumore in un cielo silenzioso, pieno di nuvole, in un’alba che è un tramonto. 
Lo stambecco padre volta la testa a destra, poi a sinistra. Ci fissa. Siamo solo noi cinque, qui, a quest’ora, sulla cima di questa montagna. Tutti e tre, padre, madre e figlio, si tranquillizzano. Abbassano la testa, immergono il muso nell’erba, brucano. 
Io e lei, uno yogurt, una tazza di latte bollente, latte di mucca, bollente d’amore, una brioche lievitata piano, tra mura di legno e camini sempre accesi, io e lei, all’alba, qui, da soli, fuori del clamore del mondo che s’accalca per un bagno in un’acqua speciale. Io e lei, qui, nel punto forse più alto del mondo, tanto alto che se apri la bocca puoi sapere che sapore hanno le nuvole. 
E se anche non fosse il punto più alto del globo, ecco, lo è per noi. Che qui capiamo ancora di più il motivo di un viaggio d’amore fin sulla cima di una montagna, tra la neve, gli stambecchi e l’acqua  che sgorga dalla prima fonte del mondo. 
Perché questo è l’ultimo gradino prima dell’infinito. 
Tanta di quell’arte e l’uomo che s’affanna e le tele e le sculture e tutti loro mortali ed eterni in un museo, a guardarci, a parlarci. E il mondo gira e gli uomini camminano - e tante cose immobili sono lì a ricordarci che esistono da prima di noi e che esisteranno anche dopo. Tanta di quell’arte e di quel tocco d’uomo vissuto migliaia di anni prima di noi e prima di cristo e quella figuretta piccola, inerme eppure tosta - e quel maschio, nudo e marmoreo, una coda e due corna, sdraiato su una roccia, ubriaco, indecente, terribile, maleducato e bellissimo: lì, da prima di noi, con quella superiorità, con quella noncuranza. Nemmeno ci guardano, la figuretta s’adagia sulle sue rotondità, l’uomo di marmo dorme sulla sua sbronza, noi lì ad affannarci nelle nostre piccole vite, a guardarli, ad ascoltarli.
E loro lì, e niente. 
E Egon e Wally lì. E niente. 
Mezzo rinascimento e la decadenza di fine secolo e l’atrocità di due guerre mondiali sono scorsi davanti a noi come una pellicola impazzita, veloce, in cui i fotogrammi si mescolano e diventano indistinti.
E niente.
E sono niente. 
Tanta di quell’arte a dirci che noi siamo qui, che lei è eterna. Eppure. Davanti a queste cime. Davanti a questa neve che si riposa e si rigenera. Davanti a questo cielo così vicino. Davanti a una famiglia di stambecchi. Davanti a quest’acqua che sgorga e scava e ritma il mondo: l’Arte eterna con la A maiuscola si svela. Quella per cui anche gli artisti ormai immortali s’affannano. Quella di fronte a cui crolla qualsiasi tentativo di analisi e di interpretazione. Quella che sfugge a ogni definizione di bello, sublime e terribile. 
La Natura è tutta qua. Semplice e sconvolgente.

Le stringo la mano. Abbiamo la sensazione di aver fatto un cammino a spirale, faticoso e verso l’alto. L’abbraccio. Un mondo. Il mio mondo. La mia perfezione. La mia eternità. La mia opera d’arte. Lo stambecco padre si avvicina. Lei mi stringe. 
Non aver paura, le sussurro tra i capelli. 
Il mio respiro nel suo. Il respiro dello stambecco su di noi. Il rumore dell’acqua attorno a noi. E il cielo dentro di noi. 
Lo stambecco ci supera. Compagna e cucciolo lo seguono. Il sole si fa più insistente tra le nuvole. I tre si arrampicano. Svaniscono dietro una coltre di alberi e cespugli. 

Rimaniamo soli, abbracciati. Così. Il sole si nasconde dietro nuvole sempre più insistenti. Gli zigomi si irrigidiscono. Lei si scioglie dalla mia stretta. Guarda l’orologio. È ancora presto, dice. Poco più in là, una grande tinozza di legno si sta riempiendo d’acqua calda. Mi guarda. Mi fa un cenno con gli occhi, tra i capelli al vento. Tira giù la zip del piumino e con un istante di ritardo faccio altrettanto. Poi gli anfibi, i jeans, il maglione, la canotta. Lei rimane col costume da bagno, io rimango col costume dal bagno. Un balzo e siamo dentro l’acqua. Il cuore si riscalda, batte al ritmo dello scroscio tra le montagne. Guardiamo in giù, oltre il legno, col mento nell’acqua. Una vallata infinita ci domina gli occhi. La neve comincia a cadere. Ci gela le parti scoperte - e l’acqua ci protegge da tutto, come nella pancia della mamma. Il cielo innevato sopra di noi. Io e lei dentro di noi. 

lunedì 30 maggio 2016

Speciale - IL VIAGGIO DI UNO E DUE parte terza



Il treno viaggia infinito - oltre ogni ragionevole tempo. Abbiamo atteso con una certa ansia che sul tabellone della stazione apparisse il numero del nostro viaggio, abbiamo perso una decina di chili quando il treno atteso sembrava dirigersi verso un'altra città e abbiamo riacquistato speranza scoprendo che, in realtà, attorno alle tre di notte, quello stesso treno sarebbe stato diviso in due: il nostro vagone nella città verso cui siamo diretti per continuare il nostro viaggio - gli altri vagoni, altrove. 
Ci siamo sistemati in una casetta viaggiante di un metro per un metro, incluso bagno con doccia. Le valigie frigorifero che trasciniamo ormai da giorni occupano gran parte della cabina e noi non possiamo aprire uno dei due lettini. Ne rimane solo uno.
Vorrà dire che dormiremo stretti nello stesso letto! Dice lei saltellando, lei che, in questa cabina, si sente come in un guscio e - lo so - potrebbe pure viverci in pianta stabile, qui, tanto materno sembra questo guscio. Io allento il colletto del maglioncino, mi libero di tutto, sciarpa, cappello, giacca, guanti - e pure le scarpe. Mi siedo. Non ce la posso fare - mormoro. Lei attacca a ridere. 
La mia claustrofobia ti fa ridere? Dico con la voce tesa, guardando fuori del finestrino alla ricerca disperata di spazi aperti.
Lei continua a ridere. Chiude la porta della cabina, perché altrimenti non si può aprire quella del bagno. Ma non deve andare in bagno. Deve solo fare un check della casetta che avremo a disposizione per - già! - ben tredici ore. Chiude il bagno. Saltella. Prende la scala a pioli - pericolosissima - e la poggia a una sorta di pianerottolo di dieci centimetri per dieci che dovrebbe servirci da appoggio per rotolare sul lettino del piano di sopra. Si arrampica. Io sudo. Poggia un ginocchio su quello che praticamente è un vassoio per due tazzine di caffè. L'altro piede rimane sospeso nel vuoto. Io tremo. Lei fa, ridendo: l'ultimo gradino è troppo basso, non riesco ad appoggiarmi! Ride tanto che non respira. Scendi, scendi, scendi subito!, urlo io isterico, l'afferro per le cosce nel tentativo di tirarla giù, ma rimaniamo bloccati così. 
Dammi una spinta, mi dice, così rotolo sul letto! 
Le faccio da appoggio, mi sradica una spalla, ma alla fine ce la fa. Rotola come un gatto ruffiano e coccolone sul lettino che avremo a disposizione per dormire. Io, tremolante. Lei: figo da quassù!
No - rispondo - io dormo seduto sulla poltrona! 
Dormi quassù con me. Ribadisce.
Per scendere la situazione è più complicata. I suoi piedi non arrivano al primo piolo disponibile della scala e io temo che lei si lanci o, peggio, che cada senza nemmeno trovare un appoggio. Perché questa cabina sembra una torre, solo che piena di ostacoli: scale, valigie, tavolo, porta del bagno che si apre e oscilla. Alla fine, scivola giù lungo la scala, senza mettere nemmeno un piede su un piolo. Finisce in braccio a me, prosciugato dalla paura. 
Alla fine, lei decide che io salirò per primo, per tirarla su. E poi scenderò per primo, per attutire il suo atterraggio. Non sono troppo convinto. Anzi. Mi sento dentro un carro bestiame che viaggia sospeso nel vuoto, nonostante abbiamo pagato un vagone notte deluxe. Ma lei è contenta - e va bene così. Soprattutto dopo che la capotreno, per antipasto, ci ha offerto due krapfen all'albicocca, buonissimi e goduriosi. Capisco che il termine deluxe ha un senso: bagno con la doccia, antipasto con krapfen e, ora, foglio da compilare con quello che vogliamo per colazione. Un vero banchetto. 
Forza, dice lei: colonizziamo il posto! Tira fuori i nostri pigiami da una valigia inzeppata dal disordine di sette giorni di viaggio già trascorsi, durante i quali è impossibile riporre i vestiti con la stessa cura della partenza. Tira fuori a forza due palle di pile e lana, probabilmente anche piegate ad arte nell'ultimo hotel visitato, ma ridotti a stracci a causa della posizione verticale della valigia e a un miscuglio di oggetti di diversa natura posti a caso. 
Dopo i krapfen, ceniamo. Con un mix di bretzel e insalata con cetrioli che qui, in zone asburgiche e teutoniche, non si sa come, hanno anche in pieno inverno. 
In pigiama e rifocillati, ci rendiamo finalmente conto di essere stremati. Le valigie pesanti e lo stress di dover cambiare tre nazioni e - un po' - anche nostalgia di casa. 
È il momento di dormire! Dice lei urlando e mettendo indice e medio a forma di vu: tanto è eccitata per la notte nel letto viaggiante. Non sono molto convinto, no: ma inizio a perlustrare la zona. Salgo e, lo so, sono solo quattro pioli di una misera scaletta, ma appena mi volto a guardare lei, in basso, tutta sorridente, mi sembra di stare in cima a un grattacielo. Mi affretto a mettere le ginocchia sul piccolo pianerottolo e poi a rotolare sul letto. Mi sporgo, dicendole È tutto ok, ti aspetto quassù! nel tentativo di fare il disinvolto. Ma guardo giù e dal letto, pur con una misera sbarra di protezione, il pavimento della cuccetta sembra l'abisso inarrivabile della Fossa delle Marianne. 
Lei sale.
E io: ti muovi con troppa faciloneria.
Lei si aggrappa alla mia mano.
E io: l'afferro pure per i pantaloni del pigiama e la trascino a me. Mi rotola addosso, non riesce a muoversi, non riesco a muovermi: siamo incastrati. O meglio: oltre me c'è una parete che, in vista del soffitto, si incurva leggermente, togliendo spazio vitale e respiro. 
Mi affretto a dire: tu dormi dal lato del muro - e faccio in modo che non ribatta. La attacco direttamente tra il mio fianco destro e la parete ricurva, sicuro che così non potrà muoversi né, soprattutto, cadere. Ma la verità è che in questo letto deluxe entra a malapena un bimbo di dieci anni: e basta che lei si muova perché sia io a finire nella Fossa delle Marianne.
I primi dieci minuti di tentato riposo sono una lotta. Io immobile, lei una furia. Cerca spazio vitale, prima distesa, poi su un fianco, poi sull'altro fianco, infine sperimenta me come materasso. Ritorna supina, ma non può tenere le braccia distese perché ci sono le mie braccia distese.
Se vuoi - le dico - io dormo giù, sulla poltrona. E tu qui stai comoda.
Non è questo il punto. Fa lei. Il punto è che mi manca il respiro. A destra ci sei tu che mi blocchi, a sinistra il muro, sopra il soffitto. Guarda: mi dice e tenta di allungare il braccio. Ma la sua mano tocca il tetto del vagone senza poter distendere il gomito. Ti prego, mi fa, cambiamoci di posto, sto per avere un attacco di panico. 
L'attacco di panico lo avrò io pensandoti sul ciglio di un burrone! Le dico, ma non mi fa parlare, rotola sopra di me e mi costringe a prendere il suo posto - mentre io occupo il suo. Si mette sul fianco sinistro, con la faccia si rivolge al burrone. Si copre con la sua felpa e cade a dormire come un sasso in meno di cinque minuti. Sì, c'è la sbarra protettiva, ma non mi fido: decido di afferrarla per la felpa, così, qualsiasi scossone dia il treno, io la potrò tenere.

E il treno di scossoni ne dà tanti. Di notte, il viaggio diventa imperscrutabile e infinito sul serio. Sei ovunque e nel nulla, non sei a casa, ma sei da qualche parte, da qualsiasi parte - e allo stesso tempo da nessuna parte. Il paesaggio sfreccia veloce, ma tu non lo vedi, perché è buio e tutto si fa indistinto. Ogni tanto appare una luce abbagliante: è quando entri in stazione. Leggi il nome della città in cui ti trovi e ti ritrovi a fare pensieri su una stazione che non è la tua, su una città che non ti appartiene, ma che appartiene a qualcun altro per cui sarà la tua città a essere sconosciuta e straniera. 
Tra le due e le cinque del mattino il treno rimane parcheggiato in uno degli ultimi binari di una stazione, la stazione in cui i vagoni si dividono, diretti in città diverse. Il treno è immobile, ma il senso infinito del viaggio si fa ancora più infinito. Mi sento un po' precipitare nel vuoto, un vuoto più profondo della Fossa delle Marianne che abbiamo per pavimento. Mi assale questo senso di essere nel nulla. Devo raccogliere le idee e rendere reale il magma della notte, per sopravvivere: sei su un treno, stai raggiungendo la terza tappa del tuo viaggio di nozze, quella, in teoria, più rilassante. Hai visto bei posti, mangiato tanto, vissuto vite altrui. Hai comprato ricordini deliziosi, hai camminato per chilometri, hai raccolto tua moglie un paio di volte dall'asfalto - dato che non faceva che saltellare e cadere, come un bimba che ha imparato a camminare da poco ma che decide già di sperimentare ogni sorta di suolo. Ecco: a questo pensiero mi scappa da ridere. È qui, in mano mia. L'appoggio del mio mondo. Ripenso al momento in cui l'ho riaccompagnata zoppicante in albergo, dopo la prima caduta dalla pista ciclabile al marciapiede. Le ho massaggiato la caviglia. Lei mi guardava con gli occhi gonfi di raffreddore, la bocca aperta per respirare e il cappellino di lana a coprire le orecchie. 
Giro la testa verso di lei. Trattengo un lembo della sua felpa. La tengo per non farla cadere. L'ho tenuta per evitare una caduta ben più rovinosa da una rampa di scale, alla sua seconda perdita di equilibrio. La tengo ora e so che lei tiene me, in qualsiasi viaggio col finestrino veloce e impazzito affronteremo insieme. Dorme col respiro profondo. Prendo il suo ritmo. Il tempo annullato dalla notte si fa di nuovo tempo, tra un'ispirazione e un'espirazione nel pieno del sonno. Mi addormento anche io. 
Quando mi sveglio, fuori è un giorno ancora timido, le indicazioni delle stazioni sono nella nostra lingua e lei sta tentando di scendere dalle scale senza di me. 
Vado a dire alla capotreno che siamo svegli! Così ci porta la colazione! Ho una fame! 
Le sue frasi sono tutte un punto esclamativo. E qualcosa mi sfugge, nel suo pigiamino di lana e fiocchetti rosa: non ha la felpa. Che è ancora nella morsa della mia mano. 
Fammi capire, le dico deglutendo: tu... Tu non hai infilato la felpa, ieri sera?
No. Fa in modo candido. L'ho solo usata come copertina. Perché?
Prima atterrisco, poi ripenso a tutti i filosofeggiamenti fatti in piena notte - perché certi pensieri, di giorno, proprio non nascono: poi mi viene da ridere.
Sei una peste! Le dico. Ora però facciamo come dico io: torna a letto e scendo prima io, poi tu. 

Scendo, attutisco la sua discesa. Finalmente, con i piedi ben saldi a terra, capisco che ho fame: una notte sospeso nel vuoto, a pensare e a tenerla. La colazione che abbiamo ordinato ci sta tutta. Affettati, pane, yogurt, marmellate, dolcetti, cappuccino. E finiamo di mangiare appena in tempo per scendere nella nuova stazione, pronti per la nostra nuova avventura. 

Immagine: Claude Monet, Treno nella neve, 1875