martedì 30 gennaio 2018

La maternità è una cosa semplice - parte prima


 La maternità è una questione immane, talmente immane che in nove mesi - anzi meno - non sono riuscita a scrivere nulla in proposito. Tuttavia occorre lasciare traccia e poter avere un ricordo a posteriori, per elaborare ciò che è stato senza il mutevole incedere degli ormoni femminili. Pertanto cercherò di raccontare quello che è avvenuto nei nove mesi precedenti la nascita della piccola peste che ora porto in braccio.
Non ho alcuna intenzione di raccontare la questione giorno per giorno, ma di procedere a imbuto, per grandi temi. Perché, almeno, una cosa mi è chiara: la gravidanza non è solo una questione tua - o, meglio, tu vorresti che fosse una questione solo tua - ma scopri all’improvviso, mentre sei incinta, che il mondo emerge, emerge la gente e tutti avranno delle cose da dirti. 

LA GGGGENTE
Il punto è che quando sei uno yeti e ti manifesti solo raramente, solo quando vuoi tu e solo per sbraitare, essere al centro del mondo sociale e oggetto delle chiacchiere altrui non è proprio piacevolissimo.
Per Ggggente qui intendiamo coloro che sono al di fuori della ristretta cerchia di amici e parenti - che comunque mi conoscono, sanno che sono uno yeti, mi giustificano ma, credo, mi trovano in ogni caso ingestibile.
La ggggente è, per prima cosa, quella che ti demolisce: che pancia piccola! E tu te ne sbatti della linea, perché vuoi solo partorire un cinghialotto, pertanto se ti dicono che sei piccola e che loro alla tua epoca gestazionale ricoprivano la superficie della Lombardia, tu non sei contenta di aver mantenuto la linea. Pensi solo che non stai crescendo nel modo giusto.
La ggggente è quella che prova a terrorizzarti con i racconti agghiaccianti del proprio parto - magari avvenuto novant’anni prima in mezzo ai covoni di fieno, in pieno regime borbonico. Tu li hai il potere di fare spallucce e dire “Tanto da qualche parte dovrà uscire!”.
La ggggente è quella che ti dice che stai troppo ferma, che in gravidanza non sei malata, che dovresti fare trekking tre volte a settimana, triatlon almeno una volta a settimana, nuoto tutti i i giorni, squat ogni volta che ti sposti dal letto alla poltrona. Tu hai passato gli ultimi mesi prima della gravidanza ad allenarti in piscina, a fare circuiti mortali e nessuno sa quanto stai soffrendo per L’immobilità. E tuttavia, se l’istinto ti dice di stare ferma, devi far tacere le voci della gente e stare ferma: mesi di spasmex ne sono la prova, con quei dolori scambiati per colite e che poi, in sala parto, hai scoperto essere proprio contrazioni. 
La gente parla e parlerà. La forza della madre-yeti è quella di ignorare il mondo. Perché se non lo ignorasse, si esprimerebbe in uno dei suoi magistrali sfoghi da bestia la cui tana è stata profanata. 
Quindi: ignorare is the way.

LE ALTRE MAMME 

Con la dicitura “altre mamme” qui non si intendono né le amiche già madri, né le tue parenti già madri, né le gestanti che incontri ai monitoraggi negli ultimi estenuanti giorni da ippopotamo sovrappeso. Qui, per altre mamme, si intendono quelle donne già madri, di cui tu ignori nome, professione e storia, ma che, vedendoti incinta in giro per i luoghi pubblici, si sentono in dovere di dirti qualcosa. A volte, molto raramente, ti ritrovi la dolce settantenne che commenta solo “questo è uno stato di grazia!”, ma il più delle volte trovi isteriche che smaniano per raccontanti le atrocità del loro parto, con uno strano, sadico, scintillio negli occhi. Oppure trovi quella che, al ristorante, svezza e allatta al seno contemporaneamente un bambino di due anni, ha la voce stridula, imbocca il marito e tiene a bada al cane. Tu hai già capito l’antifona e tenti di nascondere i tuoi cinque mesi di gestazione sotto al tavolo. Ma non la scampi. Quando è il momento di andarsene, puoi nasconderti quanto vuoi. Lei urlerà: “ma qui c’era una pancina nascosta!” E tu farfuglierai mille cose, tra cui la data presunta del parto e tutta la tua vita gestazionale che, la mamma di fronte a te, vuole sapere nel tempo che intercorre tra il pagare il conto e l’aprire la porta del ristorante.
L’unica cosa che pensi in quel momento è: tutto, ma non come lei. Ti rivolgi a tuo marito e gli dici: se mi riduco così, internami. 
Ma in fondo sono uno yeti. Posso mai io diventare così?

LE MAMME AMICHE

C’è poi una particolare categoria di mamme con cui, nonostante tu sia uno yeti, riesci a condividere molte cose. Sono le amiche, le mamme che tu conosci e che hanno partorito da poco e che ti dicono la verità su gravidanza, parto e puerperio. E poi ci sono anche le mamme che non conosci, ma che incontri ai monitoraggi e con cui stringi rapporti solidissimi, nell’arco di un tump tump cardiaco e di una contrazione più forte delle altre. Che quasi sembra che ci si conosca da sempre. Un grande mistero: anche lo yeti, su quel lettino legato alle fasce del monitoraggio come vacca da allevamento, riesce a condividere qualcosa. Una notte insonne, uno dolcetto che svegli il bambino nella pancia e acceleri il monitoraggio, anche solo un sentimento avvertito al passaggio di una contrazione. Oltre al cuore del bimbo.

Perché quello, quando lo senti battere dentro di te, ti fa capire a che miracolo stai partecipando e mette a tacere ogni voce e ogni pensiero.


... to be continued 

domenica 21 gennaio 2018

UnDueTre: un mese di Te

Uno e Due sono diventati Tre. Siamo una somma, ma in realtà siamo una moltiplicazione, un prodotto. L’esserino minuscolo che ha preso posto tra noi si è manifestato in tutta velocità al solstizio d’inverno, in una serata che non sembrava quella giusta e che invece, precipitosamente, proprio come la neve a pochi metri dal mare, è arrivata inaspettata. 

Potrei stare qui a parlare della gravidanza e del primo mese, ma non ora. È una giornata particolare, perché nemmeno sembra passato un mese. Sono ancora là, ma sono anche qua. A un mese fa e a oggi. E in mezzo il tempo è dilatato e allo stesso tempo compresso. So che è stato tutto molto difficile, so delle notti insonni, delle lacrime e delle ansie, ma ricordo solo i momenti in cui ho riso, in cui l’esserino ha fatto pipì e pupù dappertutto, i giochi inventati e i baci dati. 

Oggi, solo amore: l’indescrivibile.


sabato 30 dicembre 2017

Biscottini di Natale al sapore di valigia


UNOeDUESliceofLife


I Biscottini di Natale sono IL dolce natalizio della città in cui sono nata. Guai a chiamarli semplicemente biscotti, perché la parola biscotti, ecco, li snatura; e guai a chiamarli troppo di frequente biscottini: perché, in realtà, l’italianismo che contraddistingue i miei luoghi natii li nomina biscuttine. Così, al femminile: le biscuttine. Noi, qui, non si sa bene perché, decliniamo tutto alla -e, sia i nomi maschili che quelli femminili. Derivazione latina? Può darsi. Semplice quanto irrinunciabile e vitale grevità dei dialetti italiani? Altrettanto possibile. Le vere massaie della mia città, all’incirca il primo di dicembre, inizieranno a chiederti: “aaaaa fatte ‘e biscuttine?” E tu, che magari parli anche in italiano, alternerai la parola biscuttine, usandola in modo ironico, alla più elegante ma meno verace biscottini

Il punto è che i Biscottini di Natale sono una vera e propria istituzione. Non puoi non farli. Se non li prepari non sei un cittadino doc. Quando decidi di cucinarli, devi organizzarti giorni e notti prima, perché è d'obbligo preparare impasti di almeno cinquanta uova: i biscottini devono essere prodotti in quantità industriale perché devono essere regalati. Smerci e spacci di biscottini tra famiglie, amici, parenti, genti che semplicemente condividono il pianerottolo, colleghi, alunni, genitori degli alunni ai colloqui di dicembre, negozianti, disinteressati doni al capo, artigiani nei mercatini in centro. Insomma, tutti. Sì, anche le pasticcerie nostrane. Ma comprare i biscottini in pasticceria non è la stessa cosa che prepararli in casa, dividerli in sacchetti da conservazione o in più eleganti sacchetti di juta e nylon lucente, infiocchettarli e donarli. 

Dopodiché parte il confronto: “aaaaa fffatti più bbboni l’anno scorso”; oppure “st’anno c’ha messo più cioccolata”; oppure ancora “bbbboni come st’anno n’hae mae fatte” (sì, anche gli avverbi qui si declinano alla -e). 

Il secondo punto fondamentale dei Biscottini di Natale è che esiste una ricetta ufficiale, ma che non riesce mai ad essere la stessa. Non è replicabile. Il risultato sarà sempre diverso.
Insomma, posso dirvi che occorre buttare dentro una ciotola ENORME, la più grande che avete: uova, zucchero, burro, cioccolato fondente grattugiato e/o tagliato in pezzi grossolani, mandorle e nocciole intere e/o tritate finemente; i più temerari aggiungono i canditi, altri, ancora più temerari, una spolverata o tre chili di cannella. Qualche bicchierino di liquore. E, soprattutto, (la parte difficile) farina quanta l'impasto ne raccoglie. Ora, dopo che avete infilato le mani in questa prigione del peso di circa otto tonnellate, dovete realizzare una serie di forme di impasto strette e allungate. Infornarle ad una temperatura e per una durata che conoscete solo voi e il vostro forno e che dipende anche, ad esempio, da quanto cioccolato fondente avete messo e da quanta farina avete raccolto; infine, toglierle dal forno prima che diventino dei selci d’epoca romana, perché dovete tagliarle perpendicolarmente alla lunghezza e con un taglio leggermente obliquo. A questo punto, farle raffreddare. Il confine tra sfornare i biscotti crudi e lo sfornarli carbonizzati (complice l’infingardo cioccolato) è molto labile. 
Come vedete, la ricetta è piuttosto confusa. Solo anni di pratica e anni di assaggi possono aiutarvi nel realizzarla. Il problema, poi, è che i biscottini vengono preparati solo una volta all’anno, quindi si hanno poche possibilità di allenarsi: e l’errore è dietro l’angolo.



I forestieri, guardandoli, direbbero che sono come i tozzetti. Mai eresia fu più condannabile. Possono avere la forma dei tozzetti, ma sono i Biscottini di Natale della mia città. E, nonostante la ricetta, vengono ogni volta diversi: ogni famiglia produce il suo sapore, ogni famiglia, ogni anno, cambia leggermente sapore al proprio biscottino. Forse perché ogni biscottino di Natale porta con sé l’esperinza dell’intero anno trascorso. Forse dipende dal grado di umidità, da chi sta collaborando con te, dall’umore e dai sentimenti del momento. Fatto sta che i biscottini della signora X sono diversi da quelli della signora Y. Ed è questa la grande magia di questo dolce. 

La magia dei biscottini di Natale sta nel sentire in essi la mano della propria mamma, l’odore del Natale della propria infanzia, il sapore di una giornata in famiglia dedicata a stare insieme e a impastare.

Da qualche anno, i biscottini per me sono il sapore del ritorno a casa. Quando ero bambina, svoltate le vacanze della Vigilia, di Natale e Santo Stefano, si partiva per la montagna. Un luogo centinaia di chilometri lontano da casa. La nonna ci faceva buste immense di biscottini che improfumavano la macchina e poi la stanza d’albergo - e infilare il naso in quelle buste era un po' rivedere il proprio albero acceso in salotto o sentire l’odore dei mandarini, con la cui buccia coprire i numeri della tombola. 
Poi, i biscottini sono diventati un cercare di riproporre casa anche altrove. Abitare lontano dalla propria città natìa ti porta a riprodurre lontano da casa gli stessi odori che sentivi a casa - e ti metti lì, in due, a giocare a essere grandi, a impastare come i grandi, tentando di dar forma alla propria personalissima versione dei biscottini di Natale, immaginando un giorno di tornare, di essere vecchi e di portare a tavola, di fronte a decine di nipoti, i propri biscottini, nel frattempo divenuti un monumento irrinunciabile. I biscottini, col tempo, hanno assunto l’odore e il sapore di quella valigia che si fa con la consapevolezza del ritorno, per quindici giorni, ad uno stato di compiutezza familiare, lontano dallo scorrere del tempo del lavoro, delle incombenze, di tutto ciò che ritma la vita quotidiana lontana dai tempi remoti e protetti della famiglia. I biscottini sono la valigia sul FrecciaRossa della sorella che “scende” e che attraversa cinquecento chilometri per rientrare nei suoi luoghi. I biscottini siamo noi che di chilometri ne facciamo molti ma molti meno verso casa, ma che comunque ci separano dal luogo in cui siamo nati. E ci rendiamo ogni volta conto che l’ingresso al casello autostradale è innanzitutto un ingresso di colori e odori che non trovi da nessun’altra parte, anche se dove vivi ora, in fondo, stai benissimo. 
È più un bagaglio di ricordi, ecco: ritornare e tornare indietro, a godersi sul divano un po' di calore e colore e protezione, aprire la valigia e far uscire tutto quello che in trenta e oltre anni sei stato, ritmato da quell’odore continuo che scandisce tutti i nostri natali. 
Saper fare i biscottini, saperli fare bene, in realtà, significa essere riusciti a iniziare qualcosa: non semplicemente adagiarsi nel bambino che si era, ma essere stati in grado di aver fondato una propria personalissima famiglia, un proprio modo di vedere il mondo. Un rito di passaggio: quando non sei più il figlio che ritorna, ma sei tu il porto sicuro a cui tornare


Quest’anno, per noi, niente forno acceso, niente impasto da otto quintali, niente biscottini. Quest’anno, solo una grande valigia pronta dietro la porta di casa da un mese. Non per tornare, ma per cominciare un nuovo viaggio. Quest’anno fondiamo qualcosa. Da quest’anno, i biscottini saranno l’odore di riconoscimento della nostra famiglia. Apriremo la valigia e inizieremo a mettere dentro i primi momenti e i primi ricordi. Quest’anno, in fondo, la valigia sono io. Devo solo tirare la zip per dar vita a nuovi Natali e a una nuova Vita. 

giovedì 30 novembre 2017

Cornettini di mele all'Estate di Vivaldi



Ho sempre creduto che alla fruizione del bello debba essere associata anche la fruizione del buono.
A un film, a una mostra, a una bella passeggiata, a una serie TV, a un libro, a un pezzo musicale occorre necessariamente abbinare una particolare pietanza. Per ampliare l’esperienza. Proprio come si fa con il vino.

Di solito, si mangia, si beve e si chiacchiera. Si può anche mangiare, bere, chiacchierare e fruire di qualcosa di bello. Una sorta di kalòs kai agathòs in chiave mangereccia e conviviale. Perché no?

Da un’idea del genere potrebbe quasi nascere una rubrica, ma il periodo non è di quelli che aiutano la regolarità. Intanto iniziamo, non si sa mai, magari qualcosa di nuovo nasce e - magari - rischiarerà un po' il buio cromatico di questo blog che, da un po' di tempo a questa parte, poco mi rappresenta.

Il Bello: L’Estate di Vivaldi (e in particolare: III Movimento. Presto. Tempo impetuoso d'Estate)
Il Buono: Cornetti di pasta sfoglia alle mele
Ambientazione: interno, tardo pomeriggio, buio e freddo
Chiacchierata: stavolta solo con me stessa

Non c’è musica più invernale dell’Estate di Vivaldi. Non so perché sia così, forse quegli archi così taglienti tanto ricordano il vento gelido che sferza case e guance e lo strato di ghiaccio che si crea di notte e che al mattino scricchiola sotto gli pneumatici delle auto.
L’Estate di Vivaldi è stata per tanto tempo una parte della mia colonna sonora adolescenziale. Non che ascoltassi solo musica classica, ascoltavo anche altro, ma quell’altro era per passare il tempo, la musica classica, invece, mi serviva e mi serve e serve in generale a sprigionare qualcosa di molto più profondo: emozioni a cui non sappiamo dare voce e che forse neppure possiedono una parola che le definisca. La musica classica esplora l’anima e le dà calore. Quel calore che sentivo puntualmente quando ascoltavo l’Estate di Vivaldi, nella taverna di casa mia, davanti a un caminetto non sempre acceso ma che, anche spento, non si sa come, aveva (e ha) il potere di sprigionare calore; la musica proveniva da una musicassetta (leggete bene: musicassetta!), che esiste ancora e che ancora è infilata nello stereo - stereo tuttora esistente ma con la presa staccata - del quale ben presto prese il sopravvento la parte destinata al lettore cd (altro termine ormai desueto: lettore cd). E quello era (anzi è) solo il secondo stereo di casa, perché il primo, l’impianto stereo grande come la sala missaggio di una Major e con tanto di vintage puntina per i vinili, svettava - e svetta - in salotto, all’ingresso, là dove tutti possono subito ammirarlo. Casse di alta fattura, altro che cuffie dell’iPhone. Altro che Apple Music. 
Apple Music, che comunque uso. E il saperlo usare fa la differenza e, a volte, sa portarti di nuovo davanti a quel caminetto spento ma caldo, accanto allo stereo e alla musicassetta consunta che riusciva a sprigionare calore. 

Il calore è quello che serve d’autunno, in particolare in questo autunno che sta velocemente trascolorando in un inverno rigido e piovoso. Insomma, fuori piove, fa freddo e l’ora solare regala il tramonto prima delle cinque del pomeriggio. Così ti ritrovi alle diciassette e trenta con la stessa aria delle due di notte. È un’atmosfera che mi piace, specialmente perché sono in casa, al calduccio, e sovrasto la strada su cui si affannano piccole le auto di chi sta ancora in giro e non ha la mia stessa fortuna - quella di essere osservatrice dall’alto, dalla finestra illuminata di casa. 
Avvolta nella vestaglia regalata dalla mamma nel corredo, decido di darmi un altro po' di calore. Accendo proprio l’Estate di Vivaldi e la metto in loop. 
Qualcosa di forte mi si muove dentro. 
Sento calore, ma ho bisogno di altro calore.
Decido di preparare il dolcetto per la colazione. Quello che tanto piace al mio maritino. Così quando rientrerà dal lavoro si sentirà avvolgere dallo stesso calore e in un istante si sentirà davvero a casa.

Ho la pasta sfoglia già pronta. Potrei anche fare l’impasto, ho già sfogliato dei cornetti in passato, ma ora non ne ho le forze e soprattutto mi manca il tempo.
In un pentolino metto a sobbollire due mele, mezzo limone, un po' di zucchero, burro, miele. Lascio andare piano, finché il fondo non diventa una poltiglia profumata e in superficie le mele rimangono dei tocchetti caramellati. Lascio raffreddare un po' e poi riempio i triangolini di pasta sfoglia con le mie mele. Arrotolo, una veloce spennellata di latte. Io: che non mangiavo mele cotte nemmeno sotto tortura perché da bambina, ricordo, me le ordinò il pediatra, in un periodo di malattia. Io: che ora vivo di mele cotte, declinate in tante gustose soluzioni di sapori. In forno, i miei piccoli cornetti sprigionano tutto il loro profumo, sanno di casa e mura di protezione, vestaglia, copertina in pile sul divano e coccole, mentre l’Estate di Vivaldi, col suo sentore di tuoni e fulmini minacciosi, non fa che acuire il senso di protezione che i miei cornettini mi sanno dare.


E così è, specialmente il mattino dopo, quando ci alziamo per fare colazione e fuori è ancora buio. A malapena si intravedono gli alberi, che però tra i loro rami racchiudono le piccole luci del paesello vicino. È dura alzarsi e mettersi in moto, ma i cornettini alla mela nel caffellatte bollente ci riconciliano con il mondo. O, almeno, contribuiscono a mettere un tassello in più nel nostro piccolo mondo. 

Immagine: Jean-Baptiste Siméon Chardin, La Brioche, 1763

martedì 31 ottobre 2017

Per i veri outsider non è mai Halloween



Tempo di Halloween. Tempo di cose strane. 
Quando ero bambina, Halloween non esisteva, il 31 ottobre era semplicemente il 31 ottobre.
Adesso che Halloween esiste anche qui, i mostri sono stati istituzionalizzati e, almeno per un giorno, le stranezze sono legali.
Ma - per cortesia - le stranezze vere, i mostri veri, lasciateli in pace. Sì, perché con Halloween non hanno nulla a che fare. 
Forse è stato Tim Burton a sdoganare il mostro: e allora tutti giù a far la parte dei mostri, dei freak incompresi, catene, occhiaie, capelli tinti di nero, schiene ingobbite e gente che non ti rivolge il saluto. 
Però. Ecco. Questi mostri dell’ultima ora, a mio modestissimo avviso, non sono veri mostri. Non sono veri freak. Perché non si vergognano di agghindarsi come un palo della luce rotto in mezzo alla tempesta del secolo. No. Questi ne vanno fieri. 
Il vero mostro, il vero freak, si vergogna di mostrarsi. Il vero outsider sa di esser outsider, ma fa di tutto per non mostrarsi al mondo in quanto tale. Si camuffa, recita, indossa una maschera, suda, soffre: e le parole gli muoiono in bocca anche mentre parla in mezzo alla gente. Il vero outsider, di solito, è quello che sta bene con se stesso o con una manciata di persone. È quello che subisce il mondo. È quello che guarda la gente e proprio non la capisce. È colui che guarda la gente e si chiede se quella stessa gente abbia un dietro, un dentro, una vita intima, nascosta, tutta sua, che non sia solo un Ci vediamo alle sette per l’apericena. 
Il vero outsider è quello che, in mezzo alla gente, non spiccica parola, perché si vergogna del proprio pensiero, forse troppo articolato per essere espresso: e perché sa che, appena parlerà, dirà la cosa sbagliata nel momento sbagliato. Il vero outsider è quello che arriva in tuta acetata ad una festa in cui tutti indossano abitini e tacchi dodici. Ed è quello che, una volta che fa la piega ai capelli, si ritrova in mezzo a gente spettinata e con il fango sotto le scarpe. 
Il vero outsider è sempre fuori luogo. Gli altri, magari, neppure lo calcolano, ma quell’occhiata brevissima e infinitesimale che lo fa sentire davvero fuori luogo c’è sempre - e pesa come un macigno. 
Il vero outsider è colui che da bambino ha fatto a cazzotti con se stesso e che, da adulto, pur continuando a non sopportare nulla del mondo e pur continuando a sentirsi fuori luogo in ogni occasione, ha imparato a recitare la parte della persona normale. 
Qual è il punto?
Il punto è che l’outsider, col suo mostro dentro, con le sue emozioni tanto forti da sfiorare l’entropia, vuole semplicemente essere una persona normale. Con una vita normale. Che fa cose normali. Senza che nessuno possa guardarlo e puntargli il dito contro. No, non mi sono mai fidata di quelli che si atteggiano a freak, che si agitano in vite esteriormente al limite. No, ribadisco: quella è gente che non si vergogna di niente, quella è gente che il suo posto nel mondo se lo prende e lo fa anche con una certa dose di sfacciataggine. 
L’outsider vuole essere fuori dal coro, ma avere una vita normale. Avere un lavoro normale. Sposarsi. Avere una casa. Fare di figli. Abbellire le fioriere del proprio balcone: e non per imitare il vicino che le abbellisce per organizzare ogni estate feste da lounge bar figo sul proprio terrazzo. No, lo vuole perché gli piace la bellezza e vuole godersi incantato i propri fiori. 
L’outsider vero, infatti, sa che tutte le cose normali che desidera, in realtà, nel momento in cui le otterrà, le vivrà come se fossero le cose più speciali dell’universo. 
Per questo, l’outsider vero, di fronte ad un normalissimo lavoro, anche se poco pagato, dirà che non si sarebbe mai aspettato di riuscire a lavorare. Quando si sposerà, penserà che non avrebbe mai immaginato di poter trovare quell’amore così vero e di essere riuscito a celebrarlo di fronte a tanta gente. Tutto ciò che di bello gli capiterà, pur nella sua banalissima normalità, sarà sempre un dono speciale, mai scontato. Perché, quando ha ottenuto tutto questo, il vero outsider sa che ha dovuto lottare infinitamente per farsi accettare dagli altri, per accettare se stesso e tutte le proprie mostruosità, per trovare un proprio posto nel mondo senza tradire se stesso.

Tornerei solo un attimo a Tim Burton. E in particolare a The Nightmare before Christmas. Un film che ha fatto epoca, ma che spesso viene analizzato solo tramite le forme e i colori che propone.
Ragionerei sul titolo. Incubi prima di Natale. Perché?
Perché Natale è un po' l’emblema della tranquillità. La serenità, la normalità, la famiglia, la cura, la casa, l’atmosfera ovattata. È tutto ciò che il vero outsider, quello che nasce troppo sensibile e con tutto un continuo agitarsi dentro, desidera per tutta una vita. Raggiungere la normalità e la serenità, una normalità e una serenità vere e soprattutto coscienti, implica grande fatica, per chi è outsider. Implica dover vivere costantemente nell’incubo, nell’inadeguatezza di sé in un mondo sin troppo schematico, che non sa veder bene, che non sa vedere oltre e che facilmente ferisce. 

Eppure, un giorno, all’improvviso, svegliarsi dall’incubo e trovarsi nel pieno di un’atmosfera calda e accogliente è quanto di più vicino ci sia all’aver appreso il senso di tutte e le cose - e questo solo in pochi riescono a viverlo.

Immagine di proprietà della pagina Facebook Ufficiale The Nightmare before Christmas e disponibile seguendo questo link